Centenario Prima guerra mondiale: noi ricordiamo i disertori

Posted: maggio 24th, 2015 | Author: | Filed under: General | Commenti disabilitati su Centenario Prima guerra mondiale: noi ricordiamo i disertori

Con i disertori

Il 24 maggio 2015, in occasione della commemorazione di Stato del centenario della Prima guerra mondiale, noi ricordiamo quanti, di ogni nazione e in ogni tempo, durante ogni conflitto rifiutarono di prendere le armi per uccidere, in nome di interessi e ideali che non gli appartenevano, quanti avevano la sola colpa di essere nati dall’altro lato di una linea o di parlare una lingua diversa dalla loro. E nello specifico della Prima guerra mondiale, rifiutandosi con il loro no di andare a costituire la “carne da macello” delle “spallate” agli austriaci che gli ufficiali andavano ordinando, centinaia di contadini, braccianti, operai vennero fucilati, condannati, imprigionati.

Noi ricordiamo tutti i disertori.

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In questa occasione, lo facciamo con un piccolo estratto dal testo di Marco Rossi, “Gli ammutinati delle trincee”.

Ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto – prima che si infami – dalla giustizia sommaria dal piombo dalle linee retrostanti o da quello dei Carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato prima da quello dell’ufficiale.

(Circolare n. 3525, 28 settembre 1915).

… Il Codice Penale Militare in vigore al momento in cui lo Stato italiano entrò nel conflitto mondiale era ancora quello del 1869 che, peraltro, ricalcava quello del 1840; le sue norme avevano severamente segnato le guerre risorgimentali, le campagne antibrigantaggio e le imprese coloniali. In base a tale arretrato dettato giuridico, reati quali il tradimento, la codardia, la violata consegna o l’ammutinamento erano indistintamente quanto sbrigativamente puniti con la fucilazione, previa degradazione, così come attestano migliaia di di sentenze dei tribunali militari.

Impressionanti i dati riguardanti tale attività: 870.000 denunce, delle quali 470.000 per renitenza; 350.000 processi sommari celebrati; circa 170.000 militari condannati, di cui 111.605 per diserzione; 220.000 condanne a pene detentive, tra le quali 15.000 all’ergastolo; 4.028 condanne a morte (in gran parte in contumacia), delle quali 750 eseguite. Un numero quest’ultimo assai superiore a quello delle condanne capitali eseguite in Francia (600), Gran Bretagna (330) e Germania (meno di 50), nonostante la più lunga partecipazione al conflitto e il maggior numero di soldati impegnati dai rispettivi eserciti.

Almeno 130.126 condanne detentive vennero invece sospese e i rei furono rinviati al fronte per impedire che questi si sottraessero al loro dovere stando in carcere; in tal modo, alla fine del conflitto, la galera attendeva i superstiti, salvo essersi riscattati attraverso buona condotta, promozioni o decorazioni sul campo.

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Non meno significativa risulta l’estrazione sociale dei condannati, desumibile dalle stesse sentenze che riportano i loro mestieri da civili: braccianti, carrettieri, contadini, falegnami, muratori, camerieri, scalpellini, carbonai, coloni, calzolai, marinai, meccanici, fornaciai, lattonieri, macchinisti, operai, agricoltori, impiegati, studenti, minatori, solfatari, mulattieri, lattai, fabbri, facchini, marmisti, parrucchieri, fonditori, stagnini, ortolani, mugnai, macellai, tessitori, ecc, con larga prevalenza dei lavoratori della terra, peraltro rispondente a quel 58 % (circa 2.600.000) che costituiva la struttura portante dell’esercito.

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Ancora minore indulgenza si registra nei confronti degli incriminati appartenenti a categorie marginali, quali vagabondi o mendicanti, come un presunto disertore di Palermo fucilato il 12 maggio 1917, dopo che una sentenza del Tribunale del XX Corpo d’armata l’aveva definito “pericoloso per la società e per l’esercito”.

A queste sentenze si aggiunsero innumerevoli circolari, ordini di servizio e disposizioni che non solo legittimavano ma incitavano all’utilizzo sistematico delle esecuzioni extra-giudiziali da parte degli ufficiali nei confronti di atti anche irrilevanti di disobbedienza dei subordinati, non solo “in faccia al nemico” ma pure genericamente “in presenza del nemico”; in una circolare , recante la firma di Cadorna, si poteva leggere che “il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi”.

… dalle più attente stime risultano essere non meno di 300 (ben più delle 107 ammesse dal Ministero della guerra) le esecuzioni sommarie accertate ma, secondo alcune fonti, ammonterebbero a 5.000 i “senza fucile” trucidati per sbandamento a seguito della disfatta di Caporetto nell’ottobre del 1917.

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Nelle confuse settimane della ritirata dall’Isonzo al Piave, quando si contarono circa 50.000 disertori e oltre 300.000 sbandati, a distinguersi per feroce zelo fu il generale Andrea Graziani, nominato Ispettore generale del movimento di sgombero, che si spostava incessantemente tra Piave e Brenta “portando con sé su una camionetta i carabinieri per le fucilazioni”. Talvolta indossando la divisa dell’Arma e armato di moschetto e rivoltella fu protagonista di una accanita caccia all’uomo, lasciandosi dietro una funesta scia di manifesti terroristici affissi per le contrade in cui venivano rese note le fucilazioni eseguite, anche per futili motivi; in alcuni casi infierì persino sui malcapitati, percuotendoli con la sciabola o un bastone, prima che fossero messi al muro.

… Pur essendo stato al centro di denunce e inchieste parlamentari sulla sua condotta, per cui era stato in precedenza decorato, Graziani rimase impunito e, durante il regime fascista , divenne Luogotenente generale della Milizia, sino a quando nel febbraio 1931 fu rinvenuto cadavere lungo la linea ferroviaria Bologna – Firenze, in circostanze che misero in dubbio l’ipotesi dell’incidente.

 


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