A PIAZZA FONTANA ESPLOSE LO SCHEMA EMERGENZIALE

Posted: Dicembre 11th, 2019 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su A PIAZZA FONTANA ESPLOSE LO SCHEMA EMERGENZIALE

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A PIAZZA FONTANA ESPLOSE LO SCHEMA EMERGENZIALE

La ricorrenza dei cinquanta anni dalla strage di Piazza Fontana è stata l’occasione per la riproposizione dei temi ormai consueti, gli stessi temi a cui siamo stati abituati in mezzo secolo di confronto con quell’evento. La costante di quasi tutti i commenti è stata infatti la riduzione dell’analisi politica all’analisi giudiziaria. Il presidente della Camera, Roberto Fico, ha rilanciato il proposito di desegretare tutti gli atti relativi alla strage; lo stesso provvedimento già annunciato da Matteo Renzi nel 2014. Si è visto con quali risultati. (1)

Eppure dovrebbe risultare evidente che l’esser riusciti a modificare il quadro giudiziario rispetto alla strage, l’aver ammesso che i colpevoli non erano i “rossi”, bensì dei “neri” in complicità con settori dei servizi segreti, non ha sortito assolutamente l’effetto di cambiare lo schema politico imposto immediatamente dalla strage stessa. Si trattava di quello schema emergenziale tramite il quale si costringeva il movimento operaio, cioè la forza di opposizione per eccellenza, a farsi carico, in nome del ”senso di responsabilità”, della difesa delle “istituzioni democratiche”.

Nel 1969 non c‘era ancora stata la caduta del Muro di Berlino, non c’era ancora il Trattato di Maastricht, ciononostante la politica si rivelava già una categoria subalterna rispetto ad altre. Vi erano già tutte le condizioni per il predominio non solo istituzionale ma anche ideologico della magistratura. La stessa magistratura che ha largamente contribuito a depistare le indagini sulla strage (sia con incriminazioni assurde, sia col trasferimento dei processi in lidi lontani), non ha mai perduto il ruolo preminente e riconosciuto di depositaria della missione di stabilire la “verità”. La verità giudiziaria è diventata abusivamente la verità politica, facendo perdere di vista che lo schema emergenziale imposto dalla strage è sopravvissuto ad ogni nuova ricostruzione dei fatti e ha consentito dapprima l’istituzionalizzazione e poi la neutralizzazione del movimento operaio.

A cinquanta anni dalla strage non si può infatti aggirare l’evidenza di un movimento operaio sconfitto perché costretto a farsi carico prima della difesa delle istituzioni democratiche, poi della crisi finanziaria e della difesa della lira tra il ’76 e il ‘78, poi ancora della difesa della democrazia di fronte alla nuova minaccia rappresentata dal brigatismo rosso.

L’emergenzialismo fu sperimentato in grande stile su scala europea nel 1973, con l’imposizione della “austerity” in base alle fake news sul blocco delle forniture di petrolio da parte dei Paesi arabi. Anche la Germania aveva sperimentato lo schema emergenziale negli anni precedenti, enfatizzando le imprese della RAF; ed anche in quel caso si assistette all’allineamento della socialdemocrazia e dei sindacati alle esigenze della difesa della “democrazia”. Le analisi sul regime tedesco del leader della RAF, Andreas Baader, erano in effetti molto lucide e puntuali, individuando quel regime come una sintesi di nazismo ed imperialismo USA. Le conseguenze che Baader trasse da queste premesse, furono però più religiose che politiche: un sacrificio di esponenti della giovane generazione per riscattare la vergogna dei padri; come se i “padri” non fossero prontissimi ad approfittare vergognosamente di quella ansia di riscatto per trasformarla nel suo esatto contrario in base allo schema emergenziale.

L’emergenzialismo non richiede particolare visione strategica da parte di chi lo adotta, bensì rappresenta l’automatica reazione delle oligarchie quando sentono minacciati, anche solo in parte i propri privilegi; perciò si fa saltare il banco per costringere tutti gli oppositori a farsi carico del caos che ne consegue.

Per effetto dello schema emergenziale il ruolo storico di opposizione della classe operaia, cioè fare da sponda e da referente per la redistribuzione sociale del reddito, è stato non solo perduto ma persino vilipeso e oltraggiato per poter adottare in alternativa la “concertazione”, anch’essa poi mandata in soffitta quando la classe operaia era ormai talmente indebolita da non aver più bisogno dei sindacati per controllarla.

La rivendicazione salariale veniva così subordinata ad un presunto “interesse generale”, alla cui ombra si potevano innescare i processi di deindustrializzazione e finanziarizzazione. Il debito pubblico diventava un’arma in mano agli industriali, i quali potevano disinvestire dalla produzione per investire in titoli di Stato. È la dinamica in base alla quale si spiega la sconfitta operaia del 1980 alla FIAT. Con la famigerata “Marcia dei Quarantamila” si strappava alla classe operaia anche quella che era considerata una sua prerogativa ed una sua roccaforte: la piazza. Giorgio Gaber cantava “c’è solo la strada su cui puoi contare”. Oggi anche la strada può invece diventare un luogo di menzogna sociale.

La caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica hanno impresso un’energica accelerazione ai processi di finanziarizzazione; ed anche la fine dei regimi del “socialismo reale” vide la piazza trasformarsi in un’arma della reazione, con i primi esperimenti di “rivoluzioni colorate”. C’era però un precedente ancora più antico di “rivoluzione colorata”: lo sciopero delle pentole in Cile di cinquantamila casalinghe contro il governo Allende nel 1971; un segnale che il colpo di Stato poi attuato del settembre del ’73 era già in preparazione da tempo. (2)

Oggi in America Latina tutti i tentativi politici di mediazione socialdemocratica vengono attaccati attraverso la messinscena della rivolta dal basso. C’è certamente in queste operazioni un ruolo preminente del Dipartimento di Stato USA e delle sue ONG, ma occorre considerare che il caos è la naturale arma di reazione delle oligarchie.

Le sinistre europee si sono così integrate nello schema emergenziale da non aver più bisogno nemmeno della minaccia del caos per allinearsi. Sono sufficienti infatti emergenze del tutto fittizie e fasulle, tanto che basta lanciare sulla scena qualche personaggio assolutamente improbabile per riuscire a far gridare immediatamente all’emergenza democratica ed alla minaccia del fascismo o della sua versione mediatica corrente, cioè il populismo.

12 dicembre 2019

1)  https://notizie.virgilio.it/roberto-fico-atti-secretati-ipotesi-elezioni-annuncio-1058645

2)  https://books.google.it/books?id=8hlFDwAAQBAJ&pg=PT392&lpg=PT392&dq=pentole+casalinghe+allende+1971&source=bl&ots=bKYWyQmmpD&sig=ACfU3U3CwFcJiflDx9ruVdHAW5epeQPCuQ&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwio-4fFyarmAhWCqaQKHRz7Bx0Q6AEwEXoECAoQAQ#v=onepage&q=pentole%20casalinghe%20allende%201971&f=false


DOPO CINQUANT’ANNI UNA FERITA ANCORA APERTA

Posted: Dicembre 11th, 2019 | Author: | Filed under: General | Commenti disabilitati su DOPO CINQUANT’ANNI UNA FERITA ANCORA APERTA

La quantità di libri editi e di iniziative collaterali, l’ammontare degli eventi pubblici, ci danno il segno di quanto questo cinquantenario dalla strage di Piazza Fontana, dalle bombe di Roma e dall’assassinio di Giuseppe Pinelli hanno ancora oggi qualcosa da dirci riguardo quei fatti e non solo.

Il motivo è evidente: la ferita è ancora aperta, soprattutto per chi si riconosce nel cosiddetto Stato di diritto. Infatti se i processi conclusi a suo tempo hanno evidenziato una chiara responsabilità del gruppo nazifascista di Ordine Nuovo in combutta con pezzi dello Stato, con i servizi segreti italiani e statunitensi nell’esecuzione degli attentati di Milano e Roma, non hanno però dato un nome ai burattinai, ai mandanti politici del massacro. Chi è stato più a lungo in galera, fino a tre anni, sono quelli che quegli attentati non hanno fatto: gli anarchici Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Roberto Mander, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese.

Parimenti l’inchiesta del giudice D’Ambrosio sulla morte di Pinelli, conclusa nel 1975, si è dovuta inventare una forma di ‘malore’ che avrebbe dovuto colpire improvvisamente il nostro compagno e spingerlo direttamente e autonomamente fuori dalla finestra di quel quarto piano della questura di Milano superando una ringhiera di 97 cm., lui che era alto 1 metro e 67 cm.; e tutto questo per evitare di accusare i poliziotti e i responsabili dei servizi presenti in quella stanza di omicidio e per escludere la volontà suicida di Pino. Insomma una conclusione degna di quel clima da compromesso storico tra democristiani e comunisti, tra Moro e Berlinguer, che incombeva sul paese e che una diversa conclusione dell’inchiesta avrebbe potuto ostacolare.

La ferita, quindi, è ancora aperta e lo sarà finché i nomi dei responsabili non salteranno fuori.

Nutriamo qualche dubbio che ciò possa mai avvenire, rimanendo in un quadro di giustizia di Stato; se per la morte di un ragazzo come tanti, Stefano Cucchi, ci sono voluti dieci anni per individuare i carabinieri responsabili del suo omicidio, quanti anni ancora si dovrebbero aspettare – se mai ce ne fosse la volontà – per avere, dalla magistratura, i nomi degli assassini di Pinelli, dei mandanti e degli esecutori materiali delle 17 vittime di Piazza Fontana, oggetto di una strage, condotta da uomini del Potere, per fini politici in un quadro di complicità internazionali?

Cinquant’anni dopo è facile raccontare di quelle bombe e di quei morti evidenziando gli abusi compiuti, le falsità raccontate, le montature e i depistaggi costruiti. Quello che però si evita di fare è di denunciare il clima imperante e la responsabilità politiche di chi allora ha avallato la provocazione in atto.

Perché di questo si è trattato: di un’infame provocazione che, sulla pelle degli anarchici, voleva instaurare un regime autoritario per bloccare la continua crescita in fase di radicalizzazione dei movimenti di lotta operaio e studentesco e continuare a garantire l’appartenenza dell’Italia alla NATO. Se di ‘anni di piombo’ si deve parlare il piombo è quello della repressione e delle stragi, quello che ha consolidato la ‘strategia della tensione’ e ha dato il via ad una guerra civile strisciante, sapendo di poterla vincere grazie alla propria potenza di fuoco.

Con ben poca lungimiranza, scaricare e isolare gli anarchici è stata la risposta immediata della sinistra parlamentare all’indomani della strage, consegnandoli alla canea reazionaria, agli insulti della stampa, alla repressione dando di fatto mano libera alle operazioni di polizia. Oggi si denuncia il fatto che Pinelli era sottoposto ad un fermo illegale, ma allora questa illegalità era prassi normale per gli anarchici, difesi solo da pochi avvocati coraggiosi e generosi.

Infatti era dal 25 aprile 1969 che la campagna antianarchica era in atto, con perquisizioni, veline di polizia contrabbandate per articoli di giornale, detenzione di compagne e compagni poi risultati estranei ai fatti, ma alla sinistra parlamentare premeva di più tenere sotto controllo i movimenti di lotta che la difesa del tanto celebrato Stato di diritto.

Dobbiamo riconoscere che solo le tante contraddizioni emerse con la morte violenta di Pinelli, colte fin dalla prima conferenza stampa tenuta in questura da autentici giornalisti come Camilla Cederna, Corrado Stajano, Marco Nozza, Marco Sassano, hanno aperto un primo squarcio sull’infame complotto di Stato nella cosiddetta opinione pubblica. Altrimenti – bloccato con la grande mobilitazione di piazza, organizzata dai sindacati in occasione dei funerali delle vittime di piazza Fontana il tentativo fascista di innescare, con scontri di piazza, una situazione di conflitto tale da spingere il governo Rumor a proclamare lo stato di emergenza e all’esercito di intervenire – il destino dei capri espiatori anarchici sarebbe stato molto probabilmente segnato.

Per tale motivo la morte di Pinelli assunse subito un grande significato e la campagna per la verità su quanto accadde in quella stanza divenne un compito prioritario del movimento, assieme a quello per la liberazione di Valpreda e compagni. La risposta fu immediata, al di là di alcune perplessità da parte di qualche vecchio compagno.

Già il 17 dicembre si tenne a Milano una conferenza stampa al Circolo Ponte della Ghisolfa degli anarchici che denunciarono, senza mezzi termini, ‘la strage è di Stato, Valpreda è innocente, Pinelli è stato assassinato’, una frase che caratterizzerà la forte campagna di controinformazione che ne seguì. Si rafforzò la Croce nera anarchica, costituita nel corso del 1969 stesso; si diede vita a uno specifico Comitato Valpreda; lo storico Comitato Nazionale pro Vittime Politiche divenne il punto d’incontro delle tre organizzazioni nazionali anarchiche allora esistenti, Federazione Anarchica Italiana, Gruppi d’Iniziativa Anarchica e Gruppi Anarchici Federati, per coordinare le iniziative; per iniziativa della FAI a Roma si costituì il Comitato Politico Giuridico di Difesa, in cui confluirono avvocati di diversa provenienza politica. Un piccolo movimento con poche migliaia di aderenti in tutta Italia dimostrò subito una vitalità sorprendente e sarà in grado, nel giro di poche settimane, di coinvolgere settori sempre più ampi della sinistra, a partire da quella extraparlamentare. Già alla fine del gennaio del 1970 in decine di migliaia si scenderà in piazza a Milano contro la repressione seguita alla strage, con un corteo convocato dal movimento studentesco. Da parte del Circolo ‘La Comune’, animato da Dario Fo e Franca Rame, venne un forte sostegno tramite il Soccorso Rosso. Dario Fo poi con ‘Morte accidentale di un anarchico’, messa in scena per la prima volta nel dicembre del 1970, contribuì a far conoscere il caso Pinelli, in Italia e nel mondo,

Convegni, manifestazioni, presidi, volantinaggi, affissione di manifesti, comizi, si succedettero ovunque in Italia; un processo popolare si tenne in piazza il 25 aprile 1970, a cura dell’Organizzazione Anarchica Milanese per denunciare lo Stato italiano per la strage nelle persone degli inquirenti; gli atti verranno pubblicati nell’agosto successivo a cura di Franco Leggio per la Biblioteca delle collane “Anteo” e “La Rivolta”. Poco prima, in giugno, era uscito per Samonà e Savelli “La strage di Stato: Contro-inchiesta”, un testo fondamentale per la controinformazione, e che, aldilà di alcuni errori ed imprecisioni, ha dato un contributo importantissimo alla campagna per la libertà dei compagni.

Sono stati anni quelli, almeno fino alla liberazione di Valpreda e Gargamelli, avvenuta nel dicembre del 1972 sulla spinta della mobilitazione popolare, di un’attività intensa e continuativa, che si intrecciò in quello stesso 1972 con la denuncia per la morte del compagno Franco Serantini a Pisa provocata da un brutale pestaggio della polizia e con la campagna in favore di Giovanni Marini che a Salerno, per difendersi da un’aggressione squadrista, aveva ferito a morte il fascista Falvella, diradando le nebbie seguite alla morte di Giangiacomo Feltrinelli sul traliccio di Segrate e a quella del commissario Calabresi, sparato sotto casa. Un’attività che non riguardò solo il movimento anarchico nel suo complesso, che si riconobbe in una sostanziale unità di fondo nello smascheramento del complotto di Stato, ma anche i gruppi che, a sinistra del PCI, avevano raccolto molte adesioni tra la gioventù contestataria del biennio ’68-’69, come Il Manifesto che arrivò a candidarlo nelle elezioni politiche del 1972 (suscitando molte critiche da parte anarchica) e soprattutto Lotta Continua, che con la campagna martellante contro il commissario Calabresi, individuato come principale responsabile della morte di Pinelli, lo costrinse ad una querela che darà vita al primo processo riguardante Pino. Un processo concluso con la ricusazione del giudice Biotti da parte della difesa di Calabresi, proprio quando appariva in modo evidente che la morte di Pino non era avvenuta né per suicidio, né per in modo accidentale, ma per una responsabilità diretta di chi un quella stanza c’era.

Un altro processo si aprirà su denuncia di Licia Pinelli contro i funzionari di polizia accusati di omicidio, ma proprio la morte di Calabresi interromperà i suoi lavori, per non riprendere mai più.

Dopo cinquant’anni, la vicenda di Pino è talmente chiara che un presidente della repubblica si è sentito in dovere di tacitare la propria coscienza rendendogli omaggio, dopo un atto analogo di un presidente della camera dei deputati, ed è prevedibile che in questo cinquantenario altri omaggi seguiranno. Ma tutto ciò non basta e non serve: se lo Stato, nelle persone dei rappresentanti delle articolazioni che lo sostanziano – la magistratura, la polizia, i servizi segreti – non riconoscono apertamente le proprie responsabilità la ferita rimane aperta e a nulla valgono gli appelli per una memoria condivisa. Noi continuiamo a ricordare e a non archiviare.

Massimo Varengo

articolo scritto per Sicilia Libertaria di Dicembre