NEWSCOMIDAD. IL VENTICINQUENNALE DI MAASTRICHT RIABILITA BREZNEV?

Posted: maggio 25th, 2017 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su NEWSCOMIDAD. IL VENTICINQUENNALE DI MAASTRICHT RIABILITA BREZNEV?

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Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news precedenti, può reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la voce “Commentario”.

IL VENTICINQUENNALE DI MAASTRICHT RIABILITA BREZNEV?

Chi si illudeva che il bombardamento della Siria potesse costituire un episodio circoscritto deve cominciare a ricredersi. Dopo i duecento miliardi di dollari di investimenti sauditi negli USA per i prossimi quattro anni, il viaggio di CialTrump a Riad è diventato l’occasione per l’annuncio di altri contratti giganteschi per la vendita di armi: centodieci miliardi subito e trecentocinquanta miliardi nell’arco di un decennio. (1)

Come si fa a non sostenere uno che ti allunga oltre cinquecento miliardi di dollari? L’Arabia Saudita, custode dei luoghi santi dell’Islam, ma soprattutto punto di riferimento finanziario del mondo sunnita, ha i suoi avversari strategici nell’Iran e nella Siria, quindi anche nella potenza che li appoggia, la Russia. I margini di manovra della politica imperialistica di CialTrump si riducono quindi al minimo. La coperta corta si è evidenziata particolarmente con la rinuncia ad imporre ad Israele lo Stato Palestinese. Israele è infatti un sicario indispensabile per tenere sotto aggressione la Siria e l’Iran. 

Il proposito di allentare le tensioni con la Russia per farne il principale fornitore di materie prime a bassissimo costo per la ripresa industriale statunitense, diventa pura retorica. Come era prevedibile, il problema di CialTrump non è più quello di realizzare il suo programma, bensì quello di arrivare giudiziariamente incolume alla fine del suo mandato. A noi Italiani ricorda qualcosa.

Si è detto che gli operai, o ex operai del Michigan, abbiano votato CialTrump nella speranza che mantenesse le sue promesse di reindustrializzazione. Ammesso che sia vero, le speranze sono cadute. Si è detto anche che l’Unione Europea è rimasta una costruzione incompiuta perché non ha realizzato quel sistema di trasferimento di fondi federali che garantirebbe la sopravvivenza agli Stati in difficoltà. Persino in questo caso i fatti hanno portato una smentita, dato che sono decenni che si parla a vuoto di piani di rilancio della ex capitale dell’auto, Detroit. In compenso Detroit è diventata un modello per studi di desertificazione urbana. (2)

Intanto quest’anno in Europa si è celebrato il venticinquennale del Trattato di Maastricht, la croce di quelli che sognano un’altra Europa. Il problema è che l’altra Europa non esiste, come dimostra appunto il fallimento della delizia dei federalisti europei, cioè la federazione USA, dove, quando si tratta di trasferire fondi federali, si apre il salvadanaio e non la cassaforte.

In questo periodo persino su “MicroMega” si sono potute leggere analisi realistiche su Maastricht. È stato però non sufficientemente sottolineato un dato storico, e cioè che il Trattato costitutivo della UE proclama dei principi economici come la libera concorrenza (cioè le privatizzazioni) e la stabilità dei prezzi (cioè la compressione salariale), principi che delegittimano ogni ipotesi politica di carattere socialdemocratico. La prima vittima della caduta del Muro di Berlino quindi non è stato il comunismo ma la socialdemocrazia, cioè l’anticomunismo da “sinistra”. Il Partito Comunista Italiano aveva addirittura anticipato i tempi e nel 1991 si era allegramente dimenticato della retorica eurocomunista per riconvertitisi in un partito che rifiutava il socialismo persino nel nome. La tappa successiva è stata di togliere definitivamente la sinistra dal nome. La recente scissione dei bersaniani del PD ha condotto alla formazione di un partito che continua a non dichiararsi di sinistra, strizzando quindi l’occhio al “centro”, eufemismo per destra.

Non che i vari rifondacomunismi abbiano avuto sorti migliori. Dopo decenni di balbettamenti, Fausto Bertinotti si è finalmente convinto che la UE è un edificio imperialistico, antioperaio e deflattivo, ma poi, quando si tratta di opporre alternative, si getta anche lui nel culto dell’attuale papa New Age.

Quando Breznev diceva che l’unico socialismo “reale” era quello sovietico e che il resto era solo propaganda, allora aveva ragione?

In effetti il social-realismo di Breznev sta incontrando una sconcertante ri-legittimazione a posteriori che i commentatori si guardano bene dal segnalare. Per decenni si è denunciato l’abominio della glaciazione economica brezneviana, salvo poi constatare che l’attuale Russia capitalistica ha prodotto migliaia di nuovi ricchi senza riscattarsi dalla perenne depressione economica, anzi facendo calare paurosamente le condizioni materiali della popolazione, segnalate dal calo della vita media. La Russia non può svilupparsi per le condizioni dell’economia mondiale, afflitta da una carenza cronica di domanda. La stagnazione mondiale, dovuta anche alla moneta unica europea,  ha infatti impedito che aumentasse la domanda di materie prime russe; in più la UE ha appoggiato il colpo di Stato della NATO in Ucraina ed ha colpito con sanzioni economiche una Russia che stava soltanto cercando di difendere la propria integrità territoriale. In una prospettiva di stagnazione secolare trionfano i business della povertà, perciò sono sorte addirittura delle multinazionali del lavoro “interinale, cioè del caporalato digitale, come Uber e Kelly Services. (3)

Un’altra delle critiche ufficiali dell’Occidente al “socialismo reale” consisteva nel denunciare l’assurdità di un’economia pianificata sin nei dettagli. Sennonché l’Unione Europea detta le regole di bilancio e impone persino le leggi di stabilità finanziaria. Per non parlare poi della miriade di normative che pongono regole  a bagni, termosifoni e ascensori. Per questo motivo si parla spesso di “Unione Sovietica Europea”. Ma c’è una sostanziale differenza, poiché nel caso della UE non si tratta affatto di semplice delirio di onnipotenza burocratica, bensì di lobbying occulto, oppure di vere e proprie “trappole” per i Paesi deboli. Nel caso della Grecia ci si è narrato che il governo greco avrebbe truccato i conti pur di entrare nella moneta unica; come se, per stimare le capacità produttive e finanziare della Grecia occorresse leggerne i bilanci. Tanto valeva che ci raccontassero che, per entrare nell’euro, i Greci si erano messi i baffi finti.

Breznev ed il “socialismo reale” ne escono quindi “riabilitati”, ma esclusivamente nel confronto con i loro detrattori di marca occidentalista. Anzi, il fatto che l’Unione Sovietica non possa essere imputata di un fallimento economico dimostra che l’oligarchia prodotta dal “socialismo reale” si è riconvertita al capitalismo esclusivamente in funzione del vantaggio personale, in base a quanto previsto da Bakunin: il privilegio è un corruttore insaziabile ed ogni privilegio parziale cerca di diventare assoluto.   

25 maggio 2017

1) http://www.repubblica.it/esteri/2017/05/20/news/trump_arriva_in_arabia_saudita-165912322/ 

2) http://reportage.corriere.it/esteri/2015/linterminabile-rinascita-di-detroit/ 

3) http://www.kellyservices.it/IT/Kelly-Services/


NEWSCOMIDAD. LA SANTIFICAZIONE DEL MICROCREDITO DALL’ONU A SOROS, DALLA CARITAS A 5 STELLE

Posted: maggio 7th, 2017 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su NEWSCOMIDAD. LA SANTIFICAZIONE DEL MICROCREDITO DALL’ONU A SOROS, DALLA CARITAS A 5 STELLE

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LA SANTIFICAZIONE DEL MICROCREDITO DALL’ONU A SOROS, DALLA CARITAS A 5 STELLE

L’ONU ha proclamato il 2005 l’anno internazionale del microcredito, il mitico capitalismo dal “volto umano” ad uso delle masse dei poveri e dei diseredati. L’anno dopo il bengalese Muhammad Yunus, il “banchiere dei poveri”, il presunto inventore del microcredito, è stato insignito del premio Nobel per la Pace, a dimostrazione del fatto che, se non fosse per i soldi che elargisce, ricevere il premio Nobel equivarrebbe ad uno sputo in faccia.

In questi ultimi trenta anni il microcredito è diventato una presenza capillare ed assillante nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo tramite la diffusione da parte di una miriade di Organizzazioni Non Governative, “nonostante” che questo strumento si sia immediatamente dimostrato incapace di determinare sviluppo, se non per le casse di chi lo gestisce. (1)

Il microcredito ha scatenato nuove sofferenze sociali a cominciare dal sovraindebitamento, con tutte le sue conseguenze in termini di disperazione e di aumento della criminalità per poter pagare i debiti. Prima ancora che i “migrations loans” venissero del tutto ufficializzati, centri di ricerca specializzati come il Migration Policy Institute ponevano in evidenza anche il crescente legame tra il microcredito e la spinta alla migrazione. Quindi si emigra a credito e il migrante è un sovraindebitato. (2)

Non ci vuole un grande sforzo di immaginazione per indovinare chi sia uno dei maggiori investitori nel business del microcredito: il solito George Soros. Nel 2010 Soros guidò una cordata di investitori americani verso la nuova terra promessa dei profitti illimitati, acquistando azioni della società indiana SKS Microfinance. Sembrò che gli investimenti del finanziere ungherese-americano non avessero portato fortuna alla SKS, perché l’anno dopo si verificò uno scandalo finanziario, con lo scoppio alla Borsa di Mumbai della bolla speculativa legata al microcredito e con la rivelazione dei metodi di riscossione, che inducevano i contadini indiani al suicidio. (3)

Niente di grave. La SKS infatti ha cambiato nome e continua la sua attività come Bharat Financial Inclusion Limited, perciò Soros e soci continuano tranquillamente ad investire nel business. Le fortune del microcredito sono dovute anche al fatto che consente una continua sperimentazione di nuove forme di “inclusione” finanziaria. I bancomat e le card vengono infatti sostituti da strumenti biometrici come la lettura delle vene del palmo della mano. Questa è la tecnica con cui attualmente vengono “inclusi” milioni di contadini, i quali, per sfuggire  alla rilevazione biometrica dei loro debiti, saranno probabilmente costretti a tagliarsi le mani. (4) 

Nel frattempo il microcredito ha acquistato proseliti sempre più “insospettabili” come la Caritas, la quale giustifica il suo ingresso nel business col pretesto di voler rispettare la dignità dei poveri, che ci tengono a dimostrare di poter fare da soli. Si tratta del solito luogo comune secondo cui il problema dei poveri sarebbe quello di emanciparsi dall’assistenzialismo, quando invece il vero e unico assistenzialismo è quello a beneficio dei ricchi, anche se camuffato altrimenti, come dimostra appunto la vicenda del microcredito. (5)

A proposito di “insospettabili”, in Italia la formazione politica che ha adottato il microcredito come bandiera è il Movimento 5 Stelle, che allo scopo avrebbe messo a disposizione quote degli stipendi dei propri parlamentari. Il Movimento 5 Stelle ha aperto uno sportello telematico del microcredito per aspiranti piccoli imprenditori. L’iniziativa dei 5 Stelle in sé è poca cosa e potrebbe avere appena un carattere simbolico, ma rischia di diventare veicolo e malleveria di ulteriori operazioni di colonialismo finanziario nei confronti di masse da illudere e irretire nel sovraindebitamento. (6)

4 maggio 2017

1) http://www.repertoireong.org/micro-credit.html

2) http://www.migrationpolicy.org/article/growing-linkages-between-migration-and-microfinance

3) http://www.vita.it/it/article/2011/11/28/microcredito-in-crisi-proprio-dove-tutto-inizio/112358/  

4) https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.iritech.com/blog/biometric-micro-atm/&prev=search

5) http://www.caritas.it/home_page/tutti_i_temi/00000614_Microcredito.html  

6) http://www.zonaprestiti.com/prestito-movimento-5-stelle.htm


NEWSCOMIDAD. IL VERO PADRE DI RENZI: MARIO DRAGHI

Posted: marzo 8th, 2017 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su NEWSCOMIDAD. IL VERO PADRE DI RENZI: MARIO DRAGHI

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IL VERO PADRE DI RENZI: MARIO DRAGHI

Le vicissitudini giudiziarie del padre di Renzi giungono opportunamente a creare un depistaggio rispetto al vero fallimento del Genio di Grignano, cioè le “riforme strutturali”. Il punto è che il fallimento di Renzi coinvolge il suo principale mallevadore e ispiratore, che non è stato Napolitano e nemmeno Tiziano, bensì Mario Draghi. Ancora nel settembre scorso il Super-Buffone di Francoforte non aveva esitato a riproporre la litania delle “riforme strutturali” all’uditorio europeo. (1)

La faccia tosta di Draghi assume dimensioni macroscopiche se si considera che la pioggia di miliardi del quantitative easing”, e la conseguente inflazione al 2% (un’inflazione enorme per gli standard deflazionistici di Maastricht), hanno comportato in Europa una ripresa economica molto contenuta, con il Paese più ligio al diktat delle “riforme strutturali”, cioè l’Italia, al penultimo posto della classifica europea, con un modesto 0,9 in più. Nel 2013 Draghi ci aveva rassicurato dicendo che non contavano i governi ma il suo “pilota automatico”. Nel caso italiano l’automatizzazione aveva prodotto appunto un Renzi.

Che Renzi sia un caratteropatico non vi è dubbio, ma la sua arroganza derivava in massima parte dal sentirsi alle spalle l’establishment europeo e l‘establishment italiano. Il “Jobs Act” ha rappresentato non solo precarizzazione e voucherizzazione del lavoro ma soprattutto un finanziamento di più di diciassette miliardi elargito alle imprese private. Nel 2008 Massimo D’Alema si lamentò del fatto che Confindustria, nonostante i sussidi governativi alle imprese private, avesse sempre tenuto un atteggiamento ostile nei confronti del secondo governo Prodi, contrapponendogli persino l’improbabile contro-candidatura di Luca di Montezemolo. Stavolta i soldi stanziati dal governo sono stati molti di più e l’appoggio confindustriale a Renzi è stato entusiastico. (2)

Sta di fatto che, nonostante i soldi pubblici, le imprese private sono state in grado di esibire un incremento di un miserrimo 0,9 del PIL, quindi interamente attribuibile al traino della piccola ripresa esterna. Se poi un transitorio aumento dell’occupazione vi è stato, ciò indica che il maggior numero di ore lavorate ha comportato comunque una caduta della produttività, quindi un regresso tecnologico. Per delimitare e chiarire i termini del fallimento draghi- renziano occorre tener presente che non si è mai trattato davvero di avviare una nuova fase di rilancio economico e neppure di ridurre significativamente la disoccupazione, obiettivi che sarebbero in contrasto con gli attuali business della povertà: finanziarizzazione dei consumi e  privatizzazione della previdenza e della sanità. Si tratta di business in cui Confindustria è largamente interessata, tanto da essere diventata molto più una lobby finanziaria che un’associazione industriale. Ciò che Draghi si proponeva non era affatto di avviare una reindustrializzazione, bensì di esibire la sua capacità di controllare il PIL attraverso immissioni di liquidità e, proprio su questo piano, il “quantitative easing” ed il “jobs act” hanno invece dimostrato la loro impotenza. A Renzi sarebbe bastato avvicinarsi ad un 2% di crescita per gettare il panico nelle opposizioni ed essere santificato a vita dai media; purtroppo neppure questo minimo obiettivo è stato centrato. La deflazione ha ormai regole sue che la Banca Centrale Europea non può gestire. La compressione salariale imposta dal vangelo FMI-UE comporta effetti depressivi di lungo periodo che i movimenti di capitale da soli non possono compensare.

L’ingranaggio deflazionistico europeo è stato messo in moto ma non si riesce a controllarne i movimenti. La dilettantistica risposta a tutto ciò è stata l’Europa “a più velocità” partorita dal vertice a quattro di Versailles. L’attuale illusione è quella di uno “sgretolamento controllato” dell’Unione Europea. Persino la sede scelta per il vertice è stata significativa: quella Versailles nella quale nel 1919 furono poste le basi della seconda guerra mondiale. (3)

9 marzo 2017

1)  http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2016/11/28/draghi-una-casa-costruita-meta-fragile_zCkepNxJkPsr5YMBNNuu0M.html

2)  http://formiche.net/2016/03/28/jobs-act-lavoro-governo-tiraboschi/

3)  http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2017/03/07/al-vertice-di-versailles-nasce-leuropa-a-piu-velocita_ab142b49-e66f-45cb-8a5e-49c1bac989f2.html


NEWSCOMIDAD. MAGGIOR DELITTO MAGGIOR PROFITTO

Posted: gennaio 11th, 2017 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su NEWSCOMIDAD. MAGGIOR DELITTO MAGGIOR PROFITTO

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MAGGIOR DELITTO MAGGIOR PROFITTO

Ogni tanto qualcuno si distrae e per abitudine superstiziosa ricomincia a credere all’esistenza dello Stato. Meno male che ogni tanto arrivano anche le sentenze della sedicente magistratura a riportare tutti alla realtà. La recente sentenza della Corte di Cassazione che legittima il licenziamento motivato dal “maggiore profitto”, è indicativa non solo e non tanto perché santifica il valore del profitto rispetto a quello del lavoro, ma soprattutto perché sposta la motivazione del licenziamento su un piano del tutto ipotetico ed oggettivamente indimostrabile all’atto del licenziamento stesso. A meno che il risparmiare su uno stipendio non venga di per sé considerato “maggior profitto”; o che non venga considerato foriero di maggior profitto soprattutto l’effetto terroristico che un licenziamento provoca sul resto del personale. (1)

La sentenza della Corte di Cassazione è quindi antigiuridica in quanto stabilisce una sistematica incertezza della norma che si presta ad ogni abuso. 

Alcuni giuristi hanno constatato che la sentenza della Cassazione può persino sortire un effetto di vera e propria istigazione a delinquere, in quanto conferisce, grazie alla generica motivazione del “maggior profitto”, una patente di impunità al padronato. Ecco che la legalità può esercitarsi in funzione dell’illegalità; ed il bello è che la “sinistra” (compresa quella “radicale”) si è suicidata ideologicamente proprio in nome del mito della legalità.(2)

Che la giurisprudenza e la stessa legislazione possano risultare criminogene è dimostrato anche dal caso delle varie “riforme” del lavoro, tra cui il “Jobs Act”. L’uso dei cosiddetti “voucher” era stato ampliato a dismisura e giustificato dal governo Renzi con l’esigenza di far emergere il lavoro nero. Un pur edulcorato studio dell’INPS  ha smentito completamente questa pretesa, in quanto la tanto decantata “emersione” del lavoro nero, in quasi quindici anni di vita dei voucher, non solo non è risultata statisticamente rilevabile, semplicemente non c’è. (3)

Il punto è però che i voucher costituiscono, al contrario delle dichiarazioni ufficiali, un incentivo al lavoro nero, dato che consentono tuttora, nonostante le presunte “correzioni”, di sanare legalmente a posteriori le assunzioni irregolari in caso di incidenti sul lavoro. I voucher creano una zona grigia al confine tra legalità ed illegalità e perciò configurano oggettivamente un’istigazione a delinquere (anche soggettivamente, se è per questo: basti considerare la facies da sociopatico criminale del ministro Poletti). Un’istigazione a delinquere proprio da parte del cosiddetto “Stato” o, per meglio dire, da parte delle lobby che usano questa etichetta che fa leva sulla pubblica superstizione.

Chiunque non sia TG-dipendente oggi sa che l’attuale crisi finanziaria non è stata generata dal debito pubblico, bensì dal sistema bancario. Bisogna però sfatare il luogo comune secondo cui oggi si cercherebbe di far pagare la crisi ai lavoratori. Le “riforme strutturali” contro il lavoro hanno preceduto di gran lunga la crisi finanziaria e, in un certo senso, ne hanno posto le basi deprimendo i redditi. La crisi dei titoli derivati è scoppiata negli USA tra il 2007 ed il 2008, mentre le politiche di massiccia precarizzazione del lavoro sono cominciate in Europa ben cinque anni prima, nel 2003, con il piano Hartz in Germania e, in Italia, con la Legge 30/2003; quella legge che ha istituito per prima i voucher e quella stessa legge, non a caso, collocata sotto l’icona del martire del “terrorismo” Marco Biagi, a dimostrazione che il delitto va sempre a vantaggio del “maggior profitto”.

Il terrorismo delle sparatorie è stato accompagnato e integrato da un terrorismo giudiziario contro i dirigenti sindacali. L’ex segretario della CGIL Sergio Cofferati fu scagionato dalla Procura di Bologna dall’accusa di concorso nell’assassinio di Biagi  solo dopo aver ottenuto il calo di brache della stessa CGIL sulla questione del precariato. (4) 

5 gennaio 2017

1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/29/lavoro-cassazione-il-licenziamento-e-legittimo-se-lazienda-vuole-aumentare-i-profitti/3287061/  

2) http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/30/licenziamenti-per-profitto-giuslavoristi-la-sentenza-della-cassazione-da-nuovi-strumenti-ad-aziende-disoneste/3288796/

3) http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/05/voucher-lo-studio-inps-girone-infernale-che-non-fa-emergere-il-nero-servono-solo-a-tenere-basso-il-costo-del-lavoro/3074836/ 

4) http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2002/07_Luglio/18/cofferatiprocura.shtml


Newscomidad. L’ANNO DEL POLLO E L’ANNO DEL DRAGHI

Posted: maggio 31st, 2016 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su Newscomidad. L’ANNO DEL POLLO E L’ANNO DEL DRAGHI

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L’ANNO DEL POLLO E L’ANNO DEL DRAGHI

Come è noto, il calendario cinese intitola gli anni a degli animali: l’Anno del Topo, l’Anno del Bue, l’Anno del Serpente, l’Anno del Drago, ecc. Il 2011 potrebbe essere intitolato come “Anno del Pollo”, anzi del pollo da spennare, in questo caso l’Italia. All’inizio del 2011 una cordata di affari costituita dalla britannica BP, dalla francese Total e dalla americana Goldman Sachs, con il supporto mediatico di Al Jazeera, emittente del Qatar, lanciò una campagna per strappare la Libia all’ENI, riuscendo ad assicurarsi il supporto dell’ONU e della NATO. Goldman Sachs si era unita a quell’operazione per prevenire gli effetti giudiziari di una sua frode miliardaria perpetrata ai danni del governo libico. Nell’ottobre di quell’anno l’operazione venne condotta a termine, culminando nell’assassinio di Gheddafi; un assassinio spacciato come un linciaggio spontaneo attraverso un falso video. L’Italia venne così privata di una delle sue principali sponde affaristiche ed energetiche.

Alla fine dello stesso anno scoppiò la cosiddetta “emergenza spread”, l’attacco al debito pubblico italiano, che si risolse in un aumento vertiginoso dei tassi di interesse da corrispondere agli investitori in titoli di Stato italiani. L’emergenza comportò l’anno dopo l’istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità, al quale l’Italia ha dovuto versare centoventicinque miliardi di euro, in gran parte destinati al salvataggio di banche tedesche. Tutto ciò perché l’Italia sarebbe stata in “difficoltà finanziaria”. In effetti è proprio l’entità spropositata del versamento italiano al MES a far comprendere il carattere puramente ricattatorio ed estorsivo di quella finta emergenza.

In Italia da tempo è iniziata una rilettura “critica” di quell’annus horribilis, una rilettura nella quale al Buffone di Arcore, allora ancora Presidente del Consiglio, è riservata la parte dell’eroe, della vittima e del profeta. La versione dei fatti ci narra del Buffone critico ed oppositore dell’intervento militare in Libia, latore di oscuri presagi sulle conseguenze dell’eliminazione di Gheddafi. La stessa fiaba, rilanciata l’anno scorso in un libro del giornalista americano Alan Friedman, ci racconta di un Buffone vittima di un colpo di Stato ordito da poteri stranieri per sostituirlo con il lobbista delle banche Mario Monti. (1)

Questa narrazione si basa sull’approssimazione della memoria e sulla omissione di fatti essenziali. Anzitutto l’aggressione alla Libia fu iniziata senza l’egida NATO da Francia e Gran Bretagna. Si formò poi uno schieramento di Paesi, sotto la guida statunitense, con la significativa assenza della Germania, tiratasi fuori dall’operazione. Che il Buffone, e soprattutto la Lega Nord, fossero riottosi a impegnarsi nell’aggressione alla Libia e che il presidente Napolitano, verso la metà di marzo, fece un colpo di mano (o di Stato?) per indurre lo stesso Buffone a conformarsi, è cosa nota e accertata. Ma sono i comportamenti successivi del Buffone a risultare incompatibili con la versione della sua presunta contrarietà alla guerra.

Il presidente francese Sarkozy era contrario ad una direzione NATO, volendo fare la parte del leader in tutta l’impresa. Senza un comando NATO il Buffone avrebbe avuto la base giuridica e, soprattutto, la confusione sul campo, utile a non avallare l’uso delle basi NATO italiane da parte della coalizione anti-libica. Le basi, ovviamente, sarebbero state ugualmente utilizzate dalle forze armate USA, poiché dal 1999, grazie al governo D’Alema, i Carabinieri non avevano più il controllo, ma comunque quell’uso delle basi non avrebbe coinvolto la responsabilità diretta del governo italiano.

Cosa fece invece il Buffone di Arcore? Incaricò il ministro degli Esteri Frattini di sollecitare la formazione di un comando NATO dell’aggressione alla Libia. Gli USA non aspettavano altro, e il governo italiano presentò quel ridimensionamento di Sarkozy come un proprio successo. Il vincolare l’Italia al quadro NATO, comportava invece il legarsi le mani alle regole dell’alleanza, e si sa che le regole valgono solo per il contraente debole, perciò ci si precludeva ogni possibilità di tirarsi fuori in un secondo momento. Morale della favola: si posero le basi giuridiche della concessione delle basi e, nello stesso tempo, del diretto intervento italiano in Libia, con centinaia di missioni aeree di smaccata ferocia, entusiasticamente organizzate dal ministro della Difesa, il sanguinario Ignazio La Russa. (2)

La realtà è che il Buffone non fece nulla per ridimensionare l’impegno italiano nell’aggressione alla Libia e che cercò, al contrario, di compiacere in tutti i modi il segretario di Stato USA Hillary Clinton, nota lobbista di Goldman Sachs. La storia reale ci narra non di un Buffone vittima, eroe e profeta di sventura, semmai di un Buffone collaborazionista e non solo nella vicenda libica.

Poche settimane prima di essere cacciato dal governo, il Buffone, ancora una volta, pose le basi politiche per una colonizzazione ulteriore dell’Italia da parte delle organizzazioni sovranazionali. Nel libro di Friedman si ripropone la storia di un Buffone oppositore del Fondo Monetario Internazionale, il quale avrebbe voluto imporre all’Italia un prestito di ottanta miliardi di dollari, con tutti i vincoli che ciò avrebbe comportato per l’economia italiana. Il fatto venne a suo tempo negato dal direttore del FMI, Christine Lagarde; fu confermato invece dal primo ministro spagnolo Zapatero. Ma che la proposta della Lagarde, peraltro mai ufficializzata, fosse solo una manovra tattica, è provato dal fatto che anche Monti, una volta subentrato al Buffone, non contrasse alcun debito col FMI.

Strano che un presunto “grande uomo d’affari” come il Buffone fosse così inesperto di trattative da non rendersi conto del fatto che la proposta della Lagarde fosse solo un’esca per indurlo a concedere ben altro. Molto più rilevante è infatti la circostanza che nel novembre del 2011 il Buffone accettò, ed addirittura invocò, il ruolo ufficiale del FMI come “certificatore” del bilancio dello Stato italiano. Quindi, pur senza  accettare alcun prestito, si certificava ugualmente il declassamento dell’Italia a colonia del FMI, il principale componente della cosiddetta Troika. Anche in quella circostanza al Buffone venne riservata la parte del pollo, sempre che la sua vera motivazione non fosse, come sempre, quella di compiacere i potenti.

Sia il governo Letta che il governo Renzi hanno successivamente presentato ministri dell’Economia di provenienza FMI. Ma, se è per questo anche il primo governo del Buffone, nel 1994, annoverava un ministro dell’Economia di carriera FMI, Lamberto Dini. Ciò a “certificare” l’indipendenza del Buffone dai poteri sovranazionali, i quali lo hanno usato, buttato e riciclato a seconda delle convenienze. (3)

L’anno dopo, regnante Monti, fu il presidente della BCE, Mario Draghi, a prendere sotto tutela il debito pubblico italiano, facendo cessare l’emergenza spread ed esautorando definitivamente i governi italiani. Dall’Anno del Pollo all’Anno del Draghi.

Che senso ha proporci oggi il Buffone di Arcore come eroe, vittima e profeta? Si tratta chiaramente di un’operazione di guerra psicologica per avvilire ulteriormente il popolo italiano. Come a dirci: il massimo di opposizione al colonialismo che potete permettervi è il Buffone.

 26 maggio 2016

1) http://www.linkiesta.it/it/article/2015/10/24/libia-e-fondo-monetario-quando-berlusconi-aveva-ragione/27881/

2) http://www.corriere.it/esteri/11_marzo_24/nato-comando-missione-libia_dca58050-55de-11e0-9d72-1f2c6c541e94.shtml?fr=correlati 

3) http://www.repubblica.it/economia/2011/11/04/news/g20_ultimatum_italia-24390352/index.html?ref=HREA-1


NEWSCOMIDAD. UN BARLUME DI REALISMO NELLA POLEMICA RENZI-JUNCKER

Posted: gennaio 20th, 2016 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su NEWSCOMIDAD. UN BARLUME DI REALISMO NELLA POLEMICA RENZI-JUNCKER

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UN BARLUME DI REALISMO NELLA POLEMICA RENZI-JUNCKER

La vicenda del pazzo dittatore nord-coreano con la bomba atomica sembrerebbe uno di quei successi senza tempo, ciò che gli anglosassoni chiamerebbero un “evergreen”. Al contrario, la fiaba mediatica del dittatore pazzo è erosa da un crescente scetticismo trasversale, tanto che, per supportarla, è stato necessario associarla ad uno di quei personaggi pubblici addetti alla provocazione a tempo pieno, di quelli che affidano la loro credibilità al proprio discredito personale, cioè Antonio Razzi. Un’operazione analoga fu condotta nei confronti di Gheddafi, accostato mediaticamente ad un altro campione del discredito, il Buffone di Arcore.

Lo scopo di queste fiabe mediatiche è quello di seppellire la categoria di imperialismo sotto una discussione a vuoto a proposito di persone e modelli sociali, come se gli intenti aggressivi del sedicente Occidente non esistessero; perciò, in base ai canoni della parodia del “politically correct” vigenti nella “sinistra”, si potrebbe discutere di Corea del Nord come se gli USA negli ultimi tempi non avessero già aggredito la Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e la Siria, e sicuramente nella lista ci si è dimenticato di qualcosa. In base alla parodia del “politicorretto”, la nostra missione di “occidentali” nei conflitti internazionali sarebbe di stabilire chi siano i buoni e chi i cattivi; e, nell’ambito di questo gioco, oggi ci viene concesso di “schierarci” con i Curdi, come se lo “schierarsi” contasse qualcosa. 

Il problema è che l’imperialismo non riguarda solo gli “altri”; anzi, ogni aggressione ad un altro può costituire un modo indiretto di aggredire noi. Lo si è visto sin troppo clamorosamente nel 2011, quando l’aggressione della NATO alla Libia ha mostrato che uno dei bersagli dell’operazione era proprio l’Italia, sia per distruggere il rapporto commerciale preferenziale della Libia con l’Italia, sia per porre l’Italia al centro di un’ondata migratoria. Stranamente, nel dibattito politico fumoso e inconsistente che caratterizza l’arena mediatica, è pervenuto un barlume di realismo nella polemica che contrappone in questi giorni il Presidente del Consiglio Renzi al presidente della Commissione Europea Juncker. (1)

Una parte preponderante di questa polemica è basata su una questione assolutamente nulla come la “flessibilità” dei conti pubblici. In realtà, in base al Trattato di Lisbona, Renzi avrebbe già diritto ad adottare tale flessibilità in quanto ha varato delle cosiddette “riforme strutturali”. Il punto è che la vera via maestra per contenere gli effetti recessivi dell’euro era proprio quella di non fare le “riforme” del mercato del lavoro, del sistema bancario e della Scuola, poiché queste misure rendono l’economia italiana sempre più fragile di fronte all’attacco delle multinazionali estere.

L’altro tema di confronto polemico con Juncker è invece talmente concreto che non può trattarsi di farina del sacco di Renzi. Il fatto che il governo italiano si sia blandamente opposto all’erogazione da parte dell’Unione Europea dei tremila miliardi alla Turchia per “gestire” l’emergenza immigrati, non ha infatti solo il senso di opporsi al ricatto di Erdogan, ma è soprattutto indizio del fatto che nei nostri apparati polizieschi e militari vi sia la convinzione che quei soldi saranno utilizzati per aggravare la pressione migratoria sui nostri confini. Insomma, anche nelle nostre servili oligarchie pare che qualcuno inizi a temere l’irresponsabilità dell’imperialismo della NATO per gli effetti che potrebbe sortire sul suo quieto vivere.

D’altra parte la polemica del governo italiano non è indirizzata verso il vero responsabile, cioè la NATO, ma verso un’istituzione di facciata come la Commissione Europea. In questo senso il rancore di Juncker verso l’insolenza di Renzi è pienamente comprensibile, se si considera che il lussemburghese è soltanto un passacarte e che la sua possibilità di mediazione è prossima allo zero, perciò il suo ruolo istituzionale è unicamente quello di fingere di avere uno scopo nella vita.

La stessa nascita dell’euro avvenne non soltanto all’ombra della NATO, ma anche sotto la sua pesante ingerenza. In un articolo sul quotidiano “Il Foglio” dello scorso anno, l’ex ministro Giorgio La Malfa ha narrato la storia della nascita dell’euro come una commedia degli equivoci, nella quale nessuno degli attori voleva davvero la moneta unica.  (2)

D’altro canto pare che Ugo La Malfa, il padre di Giorgio, ci abbia fornito dati del tutto diversi. Nel 1978, quando al parlamento italiano fu dato da approvare dal governo Andreotti l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo (l’antenato dell’euro), il Partito Comunista Italiano si oppose, e lo fece in base ad una relazione di Giorgio Napolitano, nella quale erano messi in evidenza gli effetti disastrosi che un vincolo monetario di quel tipo avrebbe provocato sulla nostra bilancia dei pagamenti e sulla nostra economia in genere. Alle ritrosie del PCI, Ugo la Malfa oppose una dichiarazione minacciosa, e cioè che rifiutare lo SME avrebbe significato per il PCI collocarsi al di fuori dell’Occidente e della NATO. Già nel 1978 il legame tra moneta unica europea ed obbedienza NATO era stato dichiarato, e più chiari di così non si poteva essere. (3)

Nel 1978 però Napolitano liquidò le parole di Ugo La Malfa come gratuito terrorismo; ma negli anni successivi lo stesso Napolitano ha dovuto ricredersi, tanto da abbandonare i suoi doppi giochi da massone per diventare un fervido ed incondizionato sostenitore dell’euro e della NATO. Tanto più che ormai, scomparsa l’Unione Sovietica nel 1991, il timore della NATO era diventato autentico terrore. La NATO fa tanta paura che nessuno se la sente di affrontarla di petto, perciò è meglio prendersela con Juncker.

21 gennaio 2016

1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/15/fondi-alla-turchia-e-flessibilita-junker-attacca-renzi-vilipende-commissione-ue/2377201/

2) http://www.fulm.org/articoli/economia/giorgio-malfa-foglio-14-2015-euro-colpo-teatro

3) http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/19/eurozona-quando-giorgio-napolitano-era-contro-la-moneta-unica/987141/


Comidad. L’ALIBI CINESE SERVE A IMPOVERIRE I POVERI

Posted: agosto 28th, 2015 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su Comidad. L’ALIBI CINESE SERVE A IMPOVERIRE I POVERI

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L’ALIBI CINESE SERVE A IMPOVERIRE I POVERI 

Il funerale di Vittorio Casamonica è stato un’ulteriore dimostrazione di come un non-evento, attraverso l’orchestrazione dell’allarmismo mediatico, possa assurgere al rango di emergenza sociale e politica. A dirigere l’orchestra mediatica è stato, come sempre, il quotidiano di fintosinistra “La Repubblica”, una vera e propria centrale della manipolazione dell’opinione pubblica a fini coloniali.

Uno dei tanti funerali pacchiani del boss di quartiere è così diventato un affare di Stato, anzi, una “sfida allo Stato”. Una criminalità burina e casereccia viene accreditata di aver messo in crisi le istituzioni: un rione contro la nazione. Ad essere messo sotto accusa dai media è stato infatti più il quartiere che non il clan. Tutto ciò non è fine a se stesso, e lo scopo non è affatto di “distrarre”, bensì di creare un’immagine distorta dei rapporti sociali. Il copione era già stato sperimentato lo scorso anno, durante la finale di Coppa Italia, elevando al ruolo di divo della “trattativa Stadio-Mafia” l’ultrà “Genny ‘ a Carogna”.

Anche in quel caso la lettura degli eventi fu forzata al punto da offrire l’immagine di uno Stato “troppobuonista”, debole e inerme davanti alla violenza, quindi vittima di “qualunque” prepotente; uno Stato che “chiunque”, anche un Genny qualsiasi, potrebbe ricattare e prendere per i fondelli. I fatti successivi raccontano tutta un’altra storia, con un Genny condannato nell’aprile scorso a una pena sproporzionata rispetto alle effettive imputazioni, a riprova di come lo “Stato”, sempre comprensivo e “garantista” nei confronti dei potenti come De Gennaro e Deutsche Bank, si riveli invece punitivo e vendicativo nei confronti dei soggetti deboli. I commenti razzistici sui blog indicano che l’effetto ipnotico è stato raggiunto, perciò, nell’epoca della Diaz e di Federico Aldovrandi, il “violento” è uno che scavalca le recinzioni. (1) 

Si tratta di vere e proprie operazioni di guerra psicologica, mirate alla fascistizzazione dell’opinione pubblica. La narrazione deformata di vicende da rione o da stadio fornisce alle persone un paradigma generale, un automatismo mentale, da applicare ad ogni situazione, interna o internazionale. L’idea da imporre è che i maggiori pericoli non provengono dai potenti, ma dai deboli. Tramite la fiaba mediatica allestita sul funerale di Casamonica, il mito interclassista della “legalità” ha fatto breccia anche, e soprattutto, nell’opinione pubblica di “sinistra”, dagli anni ’70 riconvertita alla “questione morale” ed al culto della magistratura.

Si viene quindi convinti che ci vuole uno “Stato forte” (in politically correct: “autorevole”), che tenga a bada l’illegalità che proviene da “tutti”, poveri e ricchi, deboli e potenti; ma, dato che i deboli e i poveri sono di più, ed anche più arrabbiati, ignoranti e “fanatici”, è da loro che proviene la minaccia più insidiosa. L’interclassismo, come al solito, serve come esca per veicolare un odio di classe verso i poveri, in definitiva un razzismo a tutto campo, interno ed esterno.

L’esito della finta emergenza-Casamonica non sarà quindi l’introduzione di una certificazione antimafia per i funerali, ma il consolidamento nell’opinione pubblica in generale, ed in quella di “sinistra” in particolare, dell’immagine di un potere legittimato a violare le sue stesse regole in nome della propria condizione di vittima; un potere “costretto” suo malgrado a fare il duro perché deve scontare il fatto di essere stato “troppo buono” e accondiscendente in passato verso le pretese dei poveri. Il vittimismo dei potenti diventa così lo stile di governo, con esiti anche piuttosto ridicoli, dato che poi il buonsenso è duro a morire.

Pochi giorni fa oltre duecento “imprenditori” hanno firmato una lettera-appello, pubblicata sul “Corriere della Sera, per “salvare” Renzi, manco si trattasse di un detenuto di colore nel braccio della morte in Alabama. Lo strumento degli “appelli”, caro alla sinistra umanitaria, viene riciclato come espediente vittimistico di un potere che recita la parte dell’incompreso esposto agli strali dell’ingratitudine.  (2)

Che duecento “imprenditori” difendano con toni accorati un governo che, al di là degli slogan sulla “crescita”, compie solo scelte recessive e depressive, la dice lunga sul come questi intendano la cosiddetta impresa. Non interessa che il governo crei condizioni economiche favorevoli allo sviluppo, ma solo che impoverisca i poveri.

Nel cosiddetto capitalismo, l’impoverimento del lavoro non è un fastidioso effetto collaterale, bensì la relazione fondamentale, la base della gerarchia sociale e della gerarchia coloniale. Per venti anni ci è stato detto che umiliare il lavoro era indispensabile per la competizione internazionale con i “Paesi emergenti”. Si è creato così un “alibi cinese”, che è alla base dei tanti “Jobs Act” imposti in questi anni. Sennonché oggi si scopre che la recessione europea alla fine sta trascinando anche la Cina, la quale, nonostante tutti i tentativi di questi anni, non è riuscita a sviluppare una domanda interna tale da preservarla dal crollo dei consumi a livello mondiale. Il rallentamento dell’economia cinese, evidente da almeno tre anni, ha portato al prevedibile – e previsto – scoppio delle varie bolle finanziarie. La “competizione” con la Cina era quindi solo un pretesto, ed il vero scopo era di esportare nei Paesi “emergenti” la recessione europea. La depressione dovuta alla disciplina dell’euro era la grande bomba a tempo che l’imperialismo USA aveva collocato sotto i piedi dei Paesi “emergenti”, impegnati a tentare di accedere all’industrializzazione.

La risposta del governo italiano alla crisi cinese è infatti basata, ancora una volta, sulla compressione del costo del lavoro, con la priorità assegnata ai contratti aziendali, che comporterà gli ovvi e ulteriori effetti depressivi sulla domanda interna. La conseguenza è che i lavoratori dovranno indebitarsi anche per accedere a consumi primari.

E l’alibi cinese che fine fa? L’alibi cinese viene riciclato in forma rovesciata, ma con gli stessi effetti pratici. Altrimenti a cosa sarebbe servita tutta quella guerra psicologica per criminalizzare preventivamente i poveri?

Se fino a ieri bisognava svalutare il lavoro e fare sacrifici per “competere” con la Cina, d’ora in poi umiliazioni e sacrifici saranno necessari per difenderci dalla “minaccia” cinese, la “bomba atomica” che incombe sull’economia mondiale. La nuova versione dei fatti è che l’Occidente “troppobuonista” in passato ha dato troppo spazio e fiducia alle pretese di arricchimento dei Cinesi, che, come i Malavoglia, hanno fatto il passo più lungo della gamba. Anche i Cinesi, come i Greci, ora sono presentati come dei poveri che hanno preteso di vivere al di sopra dei propri mezzi, ed ora rischiano di far saltare tutto. Ora si riscopre persino che la Cina è “comunista”, e la si accusa di aver saputo prendere dal capitalismo solo gli aspetti “peggiori” (gli aspetti “migliori”, evidentemente, sono riservati ai popoli superiori). Anche la colpa del disastro economico non sarà perciò da attribuire al capitalismo, ma si potrà catalogare tranquillamente come l’ennesimo crimine del comunismo. (3)       

27 agosto 2015

1) http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/15_aprile_29/genny-a-carogna-attesa-sentenza-c70d58d8-ee66-11e4-a732-07efc0e5301d.shtml

2) http://www.huffingtonpost.it/2015/08/23/corriere-firme-renzi_n_8026846.html

3) http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2015/8/13/CAOS-CINA-Sapelli-ecco-la-bomba-atomica-che-ci-minaccia/631498/


Comidad, le news del 16 aprile 2015

Posted: aprile 16th, 2015 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su Comidad, le news del 16 aprile 2015

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MATTARELLA E DE GENNARO FANNO LE VITTIME PER CONTO DELLA NATO

Era scontato che l’episodio dell’eccidio al palazzo di Giustizia di Milano diventasse il pretesto per il solito vittimismo del potere. Non era invece preventivabile che l’operazione di santificazione della magistratura venisse condotta in modo così maldestro dall’attuale Presidente della Repubblica. Persino il consueto “roleplay” con la stampa berlusconiana è andato del tutto fuori del segno, tanto che Vittorio Feltri ha potuto sin troppo facilmente spingere l’affondo sino alla ridicolizzazione delle dichiarazioni di Mattarella. Se non fosse stato infatti per l’artificiosa demonizzazione della magistratura attuata in questi anni dagli opinionisti al servizio del Buffone di Arcore, forse certe evidenze sarebbero saltate agli occhi. Come ha detto Mattarella, la magistratura è sempre “in prima linea”, ma lo è solo per condannare i deboli, come i No-Tav, e per assolvere invece lo stesso Buffone, le banche, le multinazionali, i potenti in genere.

In questa lista degli “assolti” di professione non poteva mancare Gianni De Gennaro. Dopo la sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato l’Italia per “tortura” in merito ai fatti di Genova del 2001, De Gennaro ha incassato il sostegno di Renzi e del presidente della Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, che ha dichiarato che De Gennaro non può pagare per tutti. Sinora, per la verità, non ha pagato per niente e per nessuno, ma il vittimismo di rito ci sta lo stesso, poiché rafforza l’alone del potente. Da parte di Forza Italia si è puntato sul fatto che l’assoluzione di De Gennaro da parte della Corte di Cassazione non può essere considerata meno della sentenza della Corte Europea. (1)

Ma questi confronti lasciano il tempo che trovano, dato che nemmeno in questa occasione è mancato il “roleplay”, e persino il “fair play”, tra giudici di diverse giurisdizioni. La Corte di Strasburgo, condannando l’Italia per “tortura”, ha infatti indirettamente assolto la magistratura italiana, che ora può nascondersi dietro il dito secondo il quale il reato di tortura non è ancora previsto dal nostro ordinamento, quando invece nel Codice Penale c’erano già altre norme atte a sanzionare ampiamente il massacro della Diaz ed i suoi mandanti. Con molta ingenuità, alcuni propugnatori dei “diritti umani” plaudono alla prospettiva di introdurre il reato di tortura anche in Italia; sebbene si possa essere certi che la Cassazione troverà comunque il modo di non applicarlo agli interrogatori dei poliziotti, magari applicandolo invece alle interrogazioni degli insegnanti.

La Corte di Strasburgo è espressione del Consiglio d’Europa (che non c’entra nulla con l’Unione Europea), un organismo nato nel 1949, in coincidenza con la fondazione della NATO. Il Consiglio d’Europa si è configurato storicamente come un’organizzazione subordinata alla NATO ed alla sua propaganda. Con la sentenza di pochi giorni fa, il Consiglio d’Europa è riuscito, come si dice, a “rifarsi una verginità” colpendo un Paese “occidentale” minore, il cui governo nel 2001 volle offrire ai compartecipanti del G8 una prova di zelo nel colpire le opposizioni, terrorizzando anche quei settori del volontarismo cattolico più sensibili ai pericoli dello strapotere delle multinazionali. Ora che il lavoro sporco è stato compiuto, si può abbandonare al discredito il sicario del momento; tanto di discredito non è mai morto nessun potente, che può sempre usare quel discredito per alimentare il suo vittimismo. Che fine poi facciano queste sentenze della Corte di Strasburgo, lo si è visto con quella a favore dei precari della Scuola, alla quale Renzi ha reagito semplicemente negando agli stessi precari di proseguire il loro rapporto lavorativo oltre i tre anni.

Il “rifarsi una verginità” costituisce un espediente piuttosto frequente, come dimostra l’apertura di Obama a Cuba, culminata con la stretta di mano fra Obama e Raul Castro a Panama della settimana scorsa. Il regime cubano si è prestato altre volte ad operazioni del genere, come nel 1998, con il viaggio all’Avana di papa Woytila, anche lui bisognoso di rifarsi una verginità dopo gli abbracci a Pinochet in Cile. Certo, si potrebbe facilmente moraleggiare sull’opportunismo del regime cubano, ma occorre considerare che questo deve confrontarsi con un’opinione pubblica molto più esigente con gli aggrediti che con gli aggressori; un’opinione pubblica pronta a trovare giustificazioni agli aggressori e colpe agli aggrediti, e che non avrebbe perdonato ai Cubani un atteggiamento di diffidenza.

Obama doveva assolutamente segnare un punto nel grado di simpatia da parte dell’opinione di sinistra, specie da quando si sono andate diffondendo sempre più notizie sull’attività dei suoi droni assassini. I droni hanno la loro base principale a Sigonella, in Sicilia, che è diventata la regione più militarizzata d’Europa. Non è da escludere però che in questa attività dei droni siano coinvolti anche altri aeroporti, ufficialmente “civili”, dell’isola. L’aeroporto della ex (?) base USA di Comiso, ad esempio, ha un traffico civile irrisorio, tanto che la sua esistenza viene considerata uno “spreco”. Ma le spiegazioni della sopravvivenza dell’aeroporto “civile” di Comiso sono probabilmente altre, legate a voli segreti. (2)

Il crescente peso militare del territorio siciliano può forse spiegare la scelta per la presidenza della Repubblica di un personaggio come Mattarella, goffo e impacciato, ma pur sempre esponente di spicco della oligarchia dell’isola. Se si cercano i comuni denominatori, tante spiegazioni risultano ovvie.

Mettere in evidenza i comuni denominatori può essere indicativo anche per la carriera di Gianni De Gennaro. Discepolo prediletto del Federal Bureau of Investigation statunitense, e da esso insignito di una prestigiosa onorificenza, De Gennaro è stato dapprima capo della Polizia, poi commissario dell’emergenza rifiuti in Campania (ma di che tipo di rifiuti si trattava?), per poi essere nominato super-capo dei servizi segreti; ed ora è alla testa di Finmeccanica, una delle più grandi fabbriche di armi del mondo. Tutto questo con la benedizione dei governi di ogni colore, che hanno sempre trovato in De Gennaro il candidato ideale per attuare operazioni sporche. Ce n’è abbastanza per capire chi sia il suo vero padrone ed anche i motivi della sua intoccabilità. Come Mattarella, anche De Gennaro è una “vittima” della NATO.

16 aprile 2015

1) http://www.corriere.it/cronache/15_aprile_09/g8-genova-cantone-de-gennaro-assolto-non-puo-pagare-tutti-c2b1410c-de83-11e4-9169-2cdb2836f1f0.shtml

2) http://palermo.repubblica.it/cronaca/2013/08/03/news/sigonella_diventa_base_strategica_ecco_le_slides_segrete_della_nato-64227256/


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Comidad, le news del 9 aprile 2015

Posted: aprile 9th, 2015 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su Comidad, le news del 9 aprile 2015

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PIRELLI ACQUISTATA DALLE PARTECIPAZIONI STATALI … CINESI

Dall’anno scorso la banca centrale cinese è diventata il secondo azionista di ENI ed ENEL. La banca centrale in Cina è di proprietà dello Stato, eppure da noi non si è mancato di far passare questa vendita di considerevoli quote azionarie dei “gioielli di famiglia” del Tesoro italiano allo Stato cinese come … “privatizzazioni”. Ma quest’anno, alla fine di marzo è arrivata anche la notizia dell’acquisto di una quota azionaria di rilievo della multinazionale italiana Pirelli da parte di ChemChina, il colosso della chimica cinese. Tra le righe, e con toni sommessi, non si è potuto mancare di farci sapere che ChemChina è una corporation a controllo statale. (1)

Si tratta di quelle notizie che l’informazione ufficiale non vorrebbe mai essere costretta a diffondere, poiché ad un’opinione pubblica ormai addestrata a credere che il miracolo economico cinese sia dovuto al basso costo del lavoro, risulta ora ben duro spiegare che le cose non stanno affatto così. Risulta penoso ammettere che la Cina attuale adotta un sistema economico delle partecipazioni statali molto simile a quello che vigeva in Italia negli anni ’60. Insomma, è tutta la propaganda sugli effetti mirabolanti che il “Jobs Act” dovrebbe determinare sulla produttività e sull’occupazione, che rischia di saltare miseramente. Tanto più che potrebbe ulteriormente diffondersi il dubbio sulla reale esistenza del “libero mercato”, chiedendosi anche se, partecipazioni statali per partecipazioni statali, non sarebbe stato meglio tenersi quelle italiane invece di ricorrere a quelle cinesi.

Certo, esiste un modo di fare “opposizione” che sembra andare immancabilmente a sostegno della propaganda ufficiale, poiché, invece di smantellare con i dati di fatto le mistificazioni della cosiddetta “dura realtà del mercato globale”, le si continuano a contrapporre astratte idealità da umanesimo integrale; perciò alla fiaba del mercato si offre come alternativa la nostra “Costituzione fiaba”. Ad una infantilizzazione, si risponde con un’auto-infantilizzazione.   

Ma non si devono sopravvalutare il ruolo ed il peso di queste forme addomesticate di “opposizione”. Sono i giornali ufficiali quelli chiamati ad ovviare efficacemente proprio ad inconvenienti come quello determinato dalle notizie su ChemChina. Il quotidiano confindustriale “Il Sole-24 ore” del 25 marzo infatti ha fornito prontamente la narrazione mediatica da adottare per fronteggiare l’emergenza.

Ce la si racconta più o meno così. Sì, va bene, l’economia cinese è controllata al 70% dallo Stato, sia a livello di grandi imprese nazionali e multinazionali, sia a livello di piccole compagnie locali. Sì, d’accordo, va avanti così da decenni e tutto ciò è andato a coincidere con i tassi di crescita del 10% annuo. Ma i dirigenti cinesi non sono affatto soddisfatti di questo stato di cose, che comporta numerose inefficienze. I dirigenti cinesi perciò hanno “messo allo studio” un piano per una graduale “discesa” nelle partecipazioni statali. Neppure una deliberazione, ma un semplice “studio”. Neanche si parla di un’abolizione del sistema delle partecipazioni statali, ma si ipotizza vagamente attorno ad un suo ridimensionamento. Ma questa non-notizia viene lanciata come uno “scoop” sensazionale, perciò il quotidiano confindustriale può immediatamente applicarsi ad immaginare tutti i problemi ed i nuovi scenari che questo “futuro” calo nelle partecipazioni statali comporterà nell’economia cinese. Il “futuro” è già cominciato; anzi, secondo l’organo confindustriale, del sistema delle partecipazioni statali cinesi si potrebbe già parlare al passato. Magari tra un po’ ci si potrebbe anche dimenticare che sia mai esistito. (2)

L’effetto confusionale sull’opinione pubblica così è assicurato. La vaga ipotesi di privatizzazione dell’economia cinese può essere già spacciata come un dato acquisito. La credibilità del “Jobs Act” è salva. E la fiaba del libero mercato? Salva pure quella.

In effetti è da venti anni – cioè dall’adesione cinese all’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) nel 1995 -, che il governo cinese promette un ritiro delle partecipazioni statali, solo che in questi due decenni gli impegni sono stati rigorosamente disattesi. Il WTO è un tipico patto leonino, per il quale i Paesi  di serie B sono costretti a rispettare le regole, mentre i più potenti ne sono esonerati. Nemmeno nell’Unione Europea le cose vanno diversamente. Del resto, visto che il governo cinese ha imitato il vecchio sistema delle partecipazioni statali italiano, saprà anche cosa hanno portato in Italia le privatizzazioni, cioè la deindustrializzazione.

L’aneddotica ha individuato nella ormai leggendaria riunione sul Panfilo Britannia l’avvio delle privatizzazioni in Italia. In realtà, il nesso consequenziale tra privatizzazione, deindustrializzazione e finanziarizzazione è storico, e tutt’altro che casuale, dato che è stato esplicitamente teorizzato nel progetto del “Financial and Private Sector Development” della Banca Mondiale. (3)

Le direttive che da Washington la World Bank, sino agli anni ’70, riusciva ad imporre a Paesi come Burundi e Honduras, dopo la caduta del Muro di Berlino sono passate senza difficoltà anche in Europa, e sono state formalizzate nel Trattato di Maastricht. Persino la NASPI, la tipologia di indennità di disoccupazione prevista dal “Jobs Act”, si riduce ad un pretesto per obbligare i precari a dotarsi di carta di credito. Questa truffa ai danni dei poveri viene chiamata “inclusione finanziaria”.

9 aprile 2015

1)  http://www.agichina.it/in-primo-piano/industria-e-mercati/notizie/pirelli-firmata-intesa-con-i-cinesi-di-chemchina

2)  http://www.confindustria.vicenza.it/rassegna/20150325/SIN3065.pdf 

3)  http://www.worldbank.org/projects/P125209/financial-private-sector-development–additional-financing-project?lang=en


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Newscomidad. La petroguerra contro la Russia

Posted: dicembre 18th, 2014 | Author: | Filed under: comidad | Commenti disabilitati su Newscomidad. La petroguerra contro la Russia

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LA PETROGUERRA CONTRO LA RUSSIA

Da parte dei commentatori economici è stato dato scarso rilievo all’anomalia costituita dal brusco calo dei prezzi del petrolio in presenza di una guerra in Medio Oriente. A riguardo non vi sono infatti precedenti storici, dato che in passato la conflittualità medio-orientale è stata sempre  strumentalizzata – e fomentata – per favorire impennate dei prezzi del petrolio. La Guerra del Kippur del 1973 e la Guerra del Golfo del 1991 rappresentano i due casi più noti a riguardo. Alla guerra in Medio Oriente si aggiunge la crisi ucraina, che interessa direttamente le vie di approvvigionamento di una materia prima come il gas; una circostanza che in passato non avrebbe mancato di spingere al rialzo i prezzi della materia prima che è diretta concorrente del gas, cioè il petrolio.

Le attuali analisi economiche teorizzano una sorta di “guerra di tutti contro tutti” tra i produttori di petrolio, una guerra che secondo alcuni penalizzerebbe in egual misura produttori come la Russia e gli USA. La propaganda di marca USA è invariabilmente all’insegna dell’autocommiserazione, perciò non mancano i piagnistei sui poveri Americani, che avrebbero potuto finalmente starsene a casa loro a farsi i cazzi propri, ciò grazie all’indipendenza energetica ottenuta con il “fracking” delle rocce di scisto; ed invece gli USA ora sarebbero ancora costretti a continuare ad interessarsi del resto del mondo a causa della sua cattiveria. (1)

Ma la “guerra di tutti contro tutti” in sé non spiega nulla, poiché essa costituisce una condizione di base dei rapporti internazionali, che non esclude affatto alleanze contro nemici comuni. Si richiama spesso – e si contesta altrettanto spesso – la formula secondo cui la guerra avrebbe “cause economiche”. La facilità con cui è possibile contestare affermazioni del genere deriva dalla loro stessa vaghezza. “Economia” è un concetto talmente lato ed astratto che si può argomentare con altrettanta forza in un senso o nell’altro. Se invece si osserva che militarismo ed affari costituiscono un intreccio inestricabile, si fa una semplice constatazione di fatto. La guerra e le armi sono oggettivamente dei business, allo stesso modo in cui il business diventa frequentemente un’arma da guerra. Vi sono poi “merci” che vanno addirittura oltre questa considerazione di carattere generale. Il petrolio, ed anche l’oppio, sono infatti merci in cui il contenuto militaristico e bellico supera di gran lunga aspetti come il costo di produzione o il meccanismo di domanda e offerta. Espressioni come “guerre dell’oppio” o “guerre del petrolio” sono quindi pleonastiche, inutilmente ripetitive, poiché basta riferirsi al petrolio o all’oppio per implicare l’esistenza di uno stato di guerra.   

Se la guerra in Medio Oriente non ha determinato un aumento dei prezzi del petrolio, ciò potrebbe essere dovuto al fatto che in questa circostanza è il ribasso dei prezzi ad essere divenuto un’arma da usare contro gli avversari. L’attuale conflitto siro-iracheno vede schierati da una parte gli USA con le petromonarchie sue alleate, e dall’altra la Russia e l’Iran, sostenitori del regime di Assad in Siria. Mentre i media statunitensi offrono una rappresentazione tanto fiabesca quanto cruda e ripugnante dell’Isis (il sedicente Califfato), le milizie dello stesso “Califfato” continuano ad essere finanziate da un fido alleato della NATO, il Qatar. Nel Regno Unito il fatto è talmente noto che persino il primo ministro inglese Cameron ha dovuto recentemente, almeno a livello di mera dichiarazione, prendere le distanze dall’emiro del Qatar, se non altro fingendo di porre sul tavolo la questione dei finanziamenti all’Isis. (2)

La Russia è addirittura impegnata su due fronti che interessano direttamente i suoi confini, dato che oltre che la Siria, dall’anno scorso c’è in ballo anche l’Ucraina. In questo contesto, la politica al ribasso dei prezzi del petrolio è stata avviata dall’Arabia Saudita, che è alleata degli USA ed anch’essa indicata dalla stampa britannica come finanziatrice dell’Isis. Il ribasso dei prezzi costituisce quindi un episodio delle guerre in Siria, Iraq ed Ucraina, cioè un attacco diretto a Paesi come la Russia e l’Iran, più dipendenti dal petrolio per mantenere i propri equilibri finanziari. Il dumping dell’Arabia Saudita non si spinge ovviamente a sfiorare neppure alla lontana il sottocosto, ma il calo del prezzo del petrolio determina ugualmente un crescente stress finanziario per i Paesi più deboli. I ribassi praticati dall’Arabia Saudita, hanno infatti costretto Mosca e Teheran a spingere i prezzi ancora più giù per salvaguardare vendite e profitti. Altrettanto ha dovuto fare l’Iraq.  (3)

Non si tratta quindi di una semplice guerra commerciale, dato che in questo caso il commercio è direttamente usato come arma di una guerra già combattuta sul terreno. Come era prevedibile, il calo del prezzo del petrolio ha posto anche il rublo sotto pressione. La scommessa del dipartimento di Stato USA è che il regime Gazprom-putiniano non possa reggere ad un basso prezzo del petrolio. (4)  

Le crescenti difficoltà di Gazprom fanno sì che diventino sempre più “economiche” le sue azioni, cosa che rende più facili eventuali ingressi condizionanti da parte di “investitori” stranieri. Nel maggio scorso infatti il gruppo Rothschild ha avviato l’acquisto di azioni Gazprom. (5)  

18 dicembre 2014

1) http://www.repubblica.it/economia/2014/11/29/news/petrolio_tutti_contro_tutti_cos_la_strategia_saudita_indebolisce_usa_e_russia-101679458/

http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-2812782/Cameron-uses-Downing-Street-talks-challenge-Emir-Qatar-stop-flow-cash-ISIS.html&prev=search

3)  http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/08/petrolio-nel-regolamento-conti-arabia-russia-iran-prezzo-crolla/1250657/

4) http://www.milanofinanza.it/news/russia-sotto-fuoco-incrociato-petrolio-e-tassi-di-cambio-201412091136056256 

5) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://rbth.com/business/2014/05/06/gazprom_beats_apple_to_top_global_ranking_amid_rothschild_interest_36441.html&prev=search