DOPO CINQUANT’ANNI UNA FERITA ANCORA APERTA

Posted: Dicembre 11th, 2019 | Author: | Filed under: General | Commenti disabilitati su DOPO CINQUANT’ANNI UNA FERITA ANCORA APERTA

La quantità di libri editi e di iniziative collaterali, l’ammontare degli eventi pubblici, ci danno il segno di quanto questo cinquantenario dalla strage di Piazza Fontana, dalle bombe di Roma e dall’assassinio di Giuseppe Pinelli hanno ancora oggi qualcosa da dirci riguardo quei fatti e non solo.

Il motivo è evidente: la ferita è ancora aperta, soprattutto per chi si riconosce nel cosiddetto Stato di diritto. Infatti se i processi conclusi a suo tempo hanno evidenziato una chiara responsabilità del gruppo nazifascista di Ordine Nuovo in combutta con pezzi dello Stato, con i servizi segreti italiani e statunitensi nell’esecuzione degli attentati di Milano e Roma, non hanno però dato un nome ai burattinai, ai mandanti politici del massacro. Chi è stato più a lungo in galera, fino a tre anni, sono quelli che quegli attentati non hanno fatto: gli anarchici Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Roberto Mander, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese.

Parimenti l’inchiesta del giudice D’Ambrosio sulla morte di Pinelli, conclusa nel 1975, si è dovuta inventare una forma di ‘malore’ che avrebbe dovuto colpire improvvisamente il nostro compagno e spingerlo direttamente e autonomamente fuori dalla finestra di quel quarto piano della questura di Milano superando una ringhiera di 97 cm., lui che era alto 1 metro e 67 cm.; e tutto questo per evitare di accusare i poliziotti e i responsabili dei servizi presenti in quella stanza di omicidio e per escludere la volontà suicida di Pino. Insomma una conclusione degna di quel clima da compromesso storico tra democristiani e comunisti, tra Moro e Berlinguer, che incombeva sul paese e che una diversa conclusione dell’inchiesta avrebbe potuto ostacolare.

La ferita, quindi, è ancora aperta e lo sarà finché i nomi dei responsabili non salteranno fuori.

Nutriamo qualche dubbio che ciò possa mai avvenire, rimanendo in un quadro di giustizia di Stato; se per la morte di un ragazzo come tanti, Stefano Cucchi, ci sono voluti dieci anni per individuare i carabinieri responsabili del suo omicidio, quanti anni ancora si dovrebbero aspettare – se mai ce ne fosse la volontà – per avere, dalla magistratura, i nomi degli assassini di Pinelli, dei mandanti e degli esecutori materiali delle 17 vittime di Piazza Fontana, oggetto di una strage, condotta da uomini del Potere, per fini politici in un quadro di complicità internazionali?

Cinquant’anni dopo è facile raccontare di quelle bombe e di quei morti evidenziando gli abusi compiuti, le falsità raccontate, le montature e i depistaggi costruiti. Quello che però si evita di fare è di denunciare il clima imperante e la responsabilità politiche di chi allora ha avallato la provocazione in atto.

Perché di questo si è trattato: di un’infame provocazione che, sulla pelle degli anarchici, voleva instaurare un regime autoritario per bloccare la continua crescita in fase di radicalizzazione dei movimenti di lotta operaio e studentesco e continuare a garantire l’appartenenza dell’Italia alla NATO. Se di ‘anni di piombo’ si deve parlare il piombo è quello della repressione e delle stragi, quello che ha consolidato la ‘strategia della tensione’ e ha dato il via ad una guerra civile strisciante, sapendo di poterla vincere grazie alla propria potenza di fuoco.

Con ben poca lungimiranza, scaricare e isolare gli anarchici è stata la risposta immediata della sinistra parlamentare all’indomani della strage, consegnandoli alla canea reazionaria, agli insulti della stampa, alla repressione dando di fatto mano libera alle operazioni di polizia. Oggi si denuncia il fatto che Pinelli era sottoposto ad un fermo illegale, ma allora questa illegalità era prassi normale per gli anarchici, difesi solo da pochi avvocati coraggiosi e generosi.

Infatti era dal 25 aprile 1969 che la campagna antianarchica era in atto, con perquisizioni, veline di polizia contrabbandate per articoli di giornale, detenzione di compagne e compagni poi risultati estranei ai fatti, ma alla sinistra parlamentare premeva di più tenere sotto controllo i movimenti di lotta che la difesa del tanto celebrato Stato di diritto.

Dobbiamo riconoscere che solo le tante contraddizioni emerse con la morte violenta di Pinelli, colte fin dalla prima conferenza stampa tenuta in questura da autentici giornalisti come Camilla Cederna, Corrado Stajano, Marco Nozza, Marco Sassano, hanno aperto un primo squarcio sull’infame complotto di Stato nella cosiddetta opinione pubblica. Altrimenti – bloccato con la grande mobilitazione di piazza, organizzata dai sindacati in occasione dei funerali delle vittime di piazza Fontana il tentativo fascista di innescare, con scontri di piazza, una situazione di conflitto tale da spingere il governo Rumor a proclamare lo stato di emergenza e all’esercito di intervenire – il destino dei capri espiatori anarchici sarebbe stato molto probabilmente segnato.

Per tale motivo la morte di Pinelli assunse subito un grande significato e la campagna per la verità su quanto accadde in quella stanza divenne un compito prioritario del movimento, assieme a quello per la liberazione di Valpreda e compagni. La risposta fu immediata, al di là di alcune perplessità da parte di qualche vecchio compagno.

Già il 17 dicembre si tenne a Milano una conferenza stampa al Circolo Ponte della Ghisolfa degli anarchici che denunciarono, senza mezzi termini, ‘la strage è di Stato, Valpreda è innocente, Pinelli è stato assassinato’, una frase che caratterizzerà la forte campagna di controinformazione che ne seguì. Si rafforzò la Croce nera anarchica, costituita nel corso del 1969 stesso; si diede vita a uno specifico Comitato Valpreda; lo storico Comitato Nazionale pro Vittime Politiche divenne il punto d’incontro delle tre organizzazioni nazionali anarchiche allora esistenti, Federazione Anarchica Italiana, Gruppi d’Iniziativa Anarchica e Gruppi Anarchici Federati, per coordinare le iniziative; per iniziativa della FAI a Roma si costituì il Comitato Politico Giuridico di Difesa, in cui confluirono avvocati di diversa provenienza politica. Un piccolo movimento con poche migliaia di aderenti in tutta Italia dimostrò subito una vitalità sorprendente e sarà in grado, nel giro di poche settimane, di coinvolgere settori sempre più ampi della sinistra, a partire da quella extraparlamentare. Già alla fine del gennaio del 1970 in decine di migliaia si scenderà in piazza a Milano contro la repressione seguita alla strage, con un corteo convocato dal movimento studentesco. Da parte del Circolo ‘La Comune’, animato da Dario Fo e Franca Rame, venne un forte sostegno tramite il Soccorso Rosso. Dario Fo poi con ‘Morte accidentale di un anarchico’, messa in scena per la prima volta nel dicembre del 1970, contribuì a far conoscere il caso Pinelli, in Italia e nel mondo,

Convegni, manifestazioni, presidi, volantinaggi, affissione di manifesti, comizi, si succedettero ovunque in Italia; un processo popolare si tenne in piazza il 25 aprile 1970, a cura dell’Organizzazione Anarchica Milanese per denunciare lo Stato italiano per la strage nelle persone degli inquirenti; gli atti verranno pubblicati nell’agosto successivo a cura di Franco Leggio per la Biblioteca delle collane “Anteo” e “La Rivolta”. Poco prima, in giugno, era uscito per Samonà e Savelli “La strage di Stato: Contro-inchiesta”, un testo fondamentale per la controinformazione, e che, aldilà di alcuni errori ed imprecisioni, ha dato un contributo importantissimo alla campagna per la libertà dei compagni.

Sono stati anni quelli, almeno fino alla liberazione di Valpreda e Gargamelli, avvenuta nel dicembre del 1972 sulla spinta della mobilitazione popolare, di un’attività intensa e continuativa, che si intrecciò in quello stesso 1972 con la denuncia per la morte del compagno Franco Serantini a Pisa provocata da un brutale pestaggio della polizia e con la campagna in favore di Giovanni Marini che a Salerno, per difendersi da un’aggressione squadrista, aveva ferito a morte il fascista Falvella, diradando le nebbie seguite alla morte di Giangiacomo Feltrinelli sul traliccio di Segrate e a quella del commissario Calabresi, sparato sotto casa. Un’attività che non riguardò solo il movimento anarchico nel suo complesso, che si riconobbe in una sostanziale unità di fondo nello smascheramento del complotto di Stato, ma anche i gruppi che, a sinistra del PCI, avevano raccolto molte adesioni tra la gioventù contestataria del biennio ’68-’69, come Il Manifesto che arrivò a candidarlo nelle elezioni politiche del 1972 (suscitando molte critiche da parte anarchica) e soprattutto Lotta Continua, che con la campagna martellante contro il commissario Calabresi, individuato come principale responsabile della morte di Pinelli, lo costrinse ad una querela che darà vita al primo processo riguardante Pino. Un processo concluso con la ricusazione del giudice Biotti da parte della difesa di Calabresi, proprio quando appariva in modo evidente che la morte di Pino non era avvenuta né per suicidio, né per in modo accidentale, ma per una responsabilità diretta di chi un quella stanza c’era.

Un altro processo si aprirà su denuncia di Licia Pinelli contro i funzionari di polizia accusati di omicidio, ma proprio la morte di Calabresi interromperà i suoi lavori, per non riprendere mai più.

Dopo cinquant’anni, la vicenda di Pino è talmente chiara che un presidente della repubblica si è sentito in dovere di tacitare la propria coscienza rendendogli omaggio, dopo un atto analogo di un presidente della camera dei deputati, ed è prevedibile che in questo cinquantenario altri omaggi seguiranno. Ma tutto ciò non basta e non serve: se lo Stato, nelle persone dei rappresentanti delle articolazioni che lo sostanziano – la magistratura, la polizia, i servizi segreti – non riconoscono apertamente le proprie responsabilità la ferita rimane aperta e a nulla valgono gli appelli per una memoria condivisa. Noi continuiamo a ricordare e a non archiviare.

Massimo Varengo

articolo scritto per Sicilia Libertaria di Dicembre


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