Posted: Giugno 15th, 2016 | Author: Circolo Culturale Libertario Rimini | Filed under: General | Commenti disabilitati su USI-AIT: solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici francesi in lotta

Comunicato USI-AIT sulla la lotta in Francia:
UNA LOTTA DI DIGNITA’
La crisi europea, degli ultimi anni, voluta dalle banche e dai padroni sta creando uno stillicidio economico e sociale tra le classi non abbienti. L’ideologia neoliberista voluta dalla classe padronale e appoggiata dai vari partiti di destra e centro sinistra sta ridisegnando negativamente la vita di milioni di persone. Facendo pesare sulle spalle dei lavoratori, dei precari e dei pensionati il debito pubblico tagliando i servizi, contraendo i salari, abbassando surrettiziamente il costo del lavoro, dichiarando la fine della contrattazione collettiva e attaccando i diritti dei lavoratori. Allo stesso tempo stanno premendo milioni di persone alle frontiere della fortezza europea, scappate dalle tante guerre finanziate e volute dagli stati europei in collaborazione con gli Stati Uniti per destabilizzare intere aree geografiche e costituire una enorme massa di riserva di manodopera a basso costo.
Aumentando i costi del militarismo a discapito della sanità, dell’istruzione. In questo modo si sta innescando una crudele guerra tra poveri ingabbiati in uno stesso gioco creato dai vari poteri forti, introducendo leggi nei vari Paesi della UE volute dall’FMI, dalla BCE per rendere falsamente stabile l’Europa, ma palesemente volute per erodere il potere contrattuale e di lotta della classe operaia. I vari “Jobs Act” che si stanno introducendo nei vari Paesi ne sono un esempio lampante. La forza dei lavoratori, degli studenti, dei cittadini francesi sta dimostrando, come fece a sua volta in piazza il popolo greco, che c’è una risposta alternativa a tutte queste politiche neoliberiste, a queste politiche guerrafondaie e repressive, a queste politiche di impoverimento di massa.
Salutiamo con orgoglio la lotta di classe del popolo francese, incitiamo questo popolo a prendersi in prima persona la propria vita in mano dando una sferzata importante alla classe dominante, generalizzando lo sciopero e bloccando tutto il Paese. Ciò possa essere l’inizio di una nuova ripresa sociale e di rivendicazioni. Non dimeno anche gli altri popoli devono compiere questo sforzo, debbono unirsi ai fratelli francesi. Stando lontano dalle reti elettoralistiche seppur progressiste, ultra-riformiste o pseudo rivoluzionarie.
Coerentemente con questa impostazione proponiamo il boicottaggio di tutte le aziende francesi operanti in Italia. Dalla grande distribuzione (Lidl, Auchan, Leroy Merlin ecc.) a quella petrolifera (Total); da quella metalmeccanica (Peugeot, Renault) a quella alimentare (Lactalis …).
Se si entra nel campo giocato e voluto dai poteri forti se ne esce sconfitti. Un esempio ancora ne è la Grecia con l’ultimo Governo. Che si espandano le fiamme della lotta di classe e dell’azione diretta per cambiare la società, bloccare le riforme neoliberiste, per schiacciare le organizzazioni xenofobe e creare nuove conquiste della classe lavoratrice. Fermiamo i Jobs Act e le leggi sul lavoro, fermiamo le guerre.
W lo sciopero generale europeo W l’Internazionale dei lavoratori
Unione Sindacale Italiana-AIT
Posted: Giugno 12th, 2016 | Author: Circolo Culturale Libertario Rimini | Filed under: General | Commenti disabilitati su Bologna. 14 giugno: manifestazione contro jobs act/ loi travail
Contro il jobs act e il suo mondo!
Contre le loi travail et son monde!
Il 14 giugno in Francia compagn*, sindacati, collettivi e soggettività in lotta hanno indetto una nuova giornata di mobilitazione generale contro il governo, la Loi Travail e il mondo in cui questa legge nasce: quello dello sfruttamento capitalista.
La Loi Travail è la famigerata riforma del lavoro che introduce maggiore precarietà per i e le lavoratrici, concede una maggiore importanza ai contratti aziendali rispetto a quelli nazionali e facilita i licenziamenti.
Ricorda niente? Esatto, viene da pensare al recente Jobs Act, introdotto dal governo ultraliberista del Partito Democratico e accettato nel silenzio dai sindacati confederali e delle opposizioni parlamentari.
Ma a voler ben vedere possiamo richiamare le riforme del lavoro degli ultimi 30 anni… e tutte le leggi che nei vari paesi europei governi più o meno “di sinistra” stanno imponendo, con altissimi costi per la vita di chi lavora, è precari* o disoccupat*.
Già da diversi mesi in tutte le città francesi enormi mobilitazioni che coinvolgono licei, università, aziende e industrie danno concretezza ad un deciso rifiuto della vita che i padroni vogliono imporre. Un rifiuto della vita che viene giustificato con le solite e noiose invocazioni di rigore, sacrificio e calma, ma non solo. Il governo e i media dell’austerità di sinistra infatti sventolano lo spauracchio dell’utilissimo Front National come scusa per giustificare ogni attentato alla vita e alla felicità dei ceti subalterni. “O accettate quanto vi vogliamo imporre o date forza al fascismo!” dicono i fascisti democratici.
Ciò nonostante blocchi, scioperi, sabotaggi e picchetti si propagano a macchia d’olio per tutta la Francia e si sperimentano forme di mutuo aiuto e solidarietà come la caisse de grève (una cassa di sostegno per chi sciopera, per chi è colpito dalla repressione statale e per poter garantire assistenza medica durante le manifestazioni), imponendo al governo una reazione che, come da copione, è fatta solo di manganelli, proiettili di gomma e flashbang su chi si ribella; anche in Belgio forti mobilitazioni e scontri stanno caratterizzando la discussione parlamentare di nuove leggi che riguardano pensioni, orari di lavoro e “flessibilità”.
E l’Italia? Il fatto che il Jobs Act sia già passato non vuol dire che dobbiamo accettare quanto il governo vorrebbe.
Anzitutto la carta è solo carta, e tutto quanto fatto da un governo lo si può disfare con la lotta.
Già alle nuove generazioni tocca una vita di precarietà infinita, fatta di insicurezza, ricattabilità e senza la possibilità di programmarsi il proprio futuro. Sappiamo inoltre che non c’è mai limite al peggio. Per ora, ad esempio, il Jobs Act colpisce “solamente” i nuovi contratti di lavoro, ma qualche bocca larga del PD (come il caro “compagno” Pietro Ichino) ha già detto che questo cambierà in un secondo momento e se non è già stato fatto è solo per evitare rivolte sociali…
Caro Ichino, le rivolte sociali te le diamo quando pare a noi. Ed ORA è un bellissimo momento.
Non ci arrenderemo mai all’idea che prevalga il “loro” modello di società, fatto di paura, disprezzo del debole e dell’emarginato, xenofobia e sciovinismo, egoismo e arrampicata sociale. Per questo dobbiamo continuare a sostenere la r-esistenza di chi pratica forme di condivisione e solidarietà, proponendo valide alternative per uscire dalla crisi senza lasciare nessun* indietro. Per questo dobbiamo riprendere la lotta!
In occasione della giornata di mobilitazione in Francia del 14 giugno diamo quindi il segnale che anche noi rigettiamo il mondo di merda della Loi Travail e del Jobs Act, riempiamo le strade della città della sinistra austerità Meroliana. Austerità che siamo sicuri rimarrà intoccata chiunque dovesse vincere le prossime ridicole elezioni comunali.
Appuntamento il 14 giugno, alle 19, al mercato di Campi Aperti in via Paolo Fabbri, 112
Comitato Sciopero – Blocco – Sabotaggio
14 giugno: manifestazione contro jobs act/loi travail
Posted: Maggio 31st, 2016 | Author: Circolo Culturale Libertario Rimini | Filed under: General | Commenti disabilitati su Torino. Anarres, pianeta delle utopie concrete, dalle libere frequenze di Blackout
Ogni venerdì intorno alle 10,45 dalle libere frequenze di Blackout si
sbarca su Anarres, pianeta delle utopie concrete.
Qui potete (ri)ascoltare la puntata del 27 maggio:
www.anarresinfo.noblogs.org
Di seguito gli argomenti trattati oggi:
* Francia. I blocchi delle raffineria e gli scioperi di ferrovieri e
lavoratori di EDF. Nostro corrispondente Gianni Carrozza, corrispondente
parigino di Collegamenti e redattore di Vive La Sociale! su radio
Frequence Plurielle.
Al di là della cronaca dell’ultima settimana, tra blocchi delle
raffinerie, scioperi delle ferrovie e grandi manifestazioni di piazza, con
Gianni abbiamo provato a cogliere le prospettive di un movimento che, dopo
due mesi, continua ad essere in crescita, nonostante ampi settori del
maggiore sindacato, la CGT, abbiano scelto di radicalizzarsi per provare a
controllare una situazione che minaccia(va) di non essere più
controllabile dalle burocrazie sindacali. In quest’ultima settimana è
scesa in campo anche FO, Force Ouvriere, sindacato classicamente
padronale, mentre meno rilevante è il ruolo degli studenti. Crepe si
aprono nel fronte governativo, dove il partito socialista deve fare i
conti con una crescente fronda della sua base sociale e politica.
Continuano le Nouit Debout e tentano – sia pure a fatica – di sbarcare
anche nella banlieaue, mentre gli attivisti si spostano dove ci sono
blocchi e azioni di picchetto.
Una riflessione particolare è stata dedicata al tema del blocco (delle
merci, delle persone, dei flussi di notizie) come strumento per mettere in
difficoltà un padronato, molto più libero di agire, vista la leggerezza
estrema del sistema produttivo, ancorato al just in time, privo di
magazzino, con capannoni e macchine in leasing.
Ne è scaturito un dibattito interessante, in cui è emerso, che sebbene la
pratica del blocco sia efficace nel mettere in difficoltà la controparte,
l’ingovernabilità del territorio, passa, necessariamente da un
allargamento del fronte di lotta più radicale.
* Torino. Anarchici in piazza contro razzisti e polizia. Cronaca della
giornata di lotta – corteo e contestazione della fiaccolata di poliziotti
e comitati razzisti in sostegno ad un piano “sicurezza” il cui solo
obiettivo è la guerra ai poveri.
* Torino. Giovedì 2 giugno, ore 15,30 in piazza XVIII dicembre, vecchia
Porta Susa
Qui l’appello per il corteo antimilitarista del 2 giugno a Torino
Ascolta e diffondi lo spot del corteo
* Grecia. Abbiamo parlato dello sgombero di Idomeni con Jannis, anarchico
greco, che ci racconta delle centri di detenzione che attendono i profughi
deportati dall’accampamento spontaneo al confine tra Grecia e Macedonia.
Grandi capannoni industriali all’estrema periferia di Salonicco, quello
che resta delle fabbriche brasate dalla crisi, sono la destinazione
“momentanea” per i profughi deportati in questi giorni da Idomeni. Grandi
scheletri senza infissi, sanitari, fili elettrici, recuperati e riciclati
negli anni da chi ne aveva bisogno.
Probabilmente non c’è neppure l’acqua.
Qui, i profughi, isolati in piccoli gruppi, sorvegliati dall’esercito,
saranno lontani dagli sguardi e dalla possibilità da rendere visibile, e
quindi politicamente rilevante, la loro condizione.
Intorno alle ex fabbriche quartieri di immigrati dall’est, spesso ostili
ai profughi, dove Crisi Argi, i nazisti di Alba Dorata, guadagnano
terreno. Nelle ultime settimane hanno provato ad alzare la testa, facendo
ronde per i quartieri, cosa mai avvenuta a Salonicco ed inquietante,
nonostante i nazisti siano stati intercettati e fermati dai compagni.
A Idomeni restano solo più 500 persone, le sole che non paiono disponibili
ad andarsene volontariamente. Gli altri 7.900, in parte sono saliti
spontaneamente sui pullman dell’esercito, molti altri – forse 3000 – se ne
sono andati prima dello sgombero, improvvisando accampamenti in altre
località lungo il confine. A Polycastro, in una stazione di servizio, sono
accampate oltre duemila persone, in parte provenienti da Idomeni.
Secondo fonti No Border in 700 ce l’avrebbero fatta a bucare il confine
macedone.
Lo sgombero sinora “pacifico” dell’accampamento di Idomeni è frutto del
lungo lavorio fatto da ONG, volontari e funzionari statali. I profughi
sono stati privati dell’acqua, ogni giorno il cibo non bastava per tutti,
l’accesso ad internet per tentare la domanda di ricollocazione in un altro
paese europeo non era altro che una chimera.
Privati della loro dignità, minacciati ed umiliati, metà dei profughi
hanno finito con accettare senza proteste la deportazione, un’altra metà
hanno deciso di fuggire, prima dello sgombero, nella notte del 24 maggio.
Il divieto ai giornalisti di raccontare lo sgombero era parte della
strategia di isolamento delle persone. Se nessuno vede e racconta quello
che succede, anche la protesta sembra diventare inutile.
Un risultato che il governo Tsipras non dava certo per scontato, viste le
migliaia di agenti in assetto antisommossa mandati a Idomeni da ogni parte
della Grecia.
* Zitto e mangia la minestra. É il titolo del contributo di Benjamin
Julian sul blog refugeestrail. Mostra in modo efficace il ruolo dei
volontari apolitici nell’assistenza e controllo dei migranti in viaggio a
Chios e Idomeni. nel fiaccare la resistenza, umiliando le persone che si
aiutano, riducendole a tubi digerenti, minori da assistere, inferiori cui
mostrare il modo giusto di vivere. Uno sguardo colonialista e complice
delle politiche repressive del governo.
Sotto trovate la traduzione fatta dal blog Hurriya, che abbiamo letto ad
Anarres
Zitto e mangia la minestra
Oggi le autorità greche hanno dato l’avvio a quello che minacciavano da
tempo: lo sgombero dell’accampamento di Idomeni. Il portavoce del ministro
dell’immigrazione ha detto che tutti sapevano che “le condizioni di vita”
sarebbero state migliori nei campi in cui le persone saranno ricollocate e
aveva promesso che “non sarebbe stata usata la forza”, ma anche che si
aspettava che le 8000 persone che hanno vissuto lì per mesi sarebbero
state spostate in meno di una settimana. Per garantire che nessuno potesse
vedere il modo pacifico con cui Idomeni sarebbe stata sgomberata, a
giornalisti e attivisti è stato precluso l’accesso all’area.
Una spiegazione di come questo paradosso dello spostamento non violento di
migliaia di persone, che non avevano intenzione di spostarsi, potesse
essere risolto, è stata data da un rappresentante di MSF, secondo il quale
la gestione del campo da parte della polizia ha “reso complicata la
fornitura di cibo e l’assistenza sanitaria”.
Si tratta di una mossa simile a quella riportata dai/dalle migranti di
Vial a Chios, quando venne detto loro che avrebbero dovuto lasciare il
campo per trasferirsi nell’altro hotspot di Kos: “Non avevamo l’acqua per
poter usare i bagni o poter farci una doccia”, ha detto un migrante.
“Avevamo giusto l’acqua potabile da bere. La polizia ha tagliato l’acqua
perché, ci hanno detto, dobbiamo spostarci su un’altra isola”.
Queste tattiche vengono solitamente definite assedi di guerra,
intimidazioni, abusi o, per ultimo, atti antiumanitari. Ma negli ultimi
tempi sembra essersi affermata la scuola di pensiero che ritiene queste
pratiche non sostanzialmente sbagliate, trattandosi solo di una questione
di procedure. Il lavoro umanitario consiste nel trovare “un buon posto”,
identificato dai volontari o dalle autorità, dove poter trasferire i/le
migranti. I desideri e le richieste dei/delle migranti sono semplicemente
ignorati. Questo approccio cresce naturalmente nel contesto della politica
di confine europea, e dovremmo cominciare a resistere e opporci ad essa.
Rimani in fila
Non è solo il consueto sentimento europeo di superiorità che nutre questo
atteggiamento. Durante il lavoro che ho svolto nelle mense questo inverno,
mi ha colpito quanto velocemente una mentalità paternalista, o peggio
autoritaria, si possa sviluppare tra i volontari.
Noi, per lo più ventenni bianchi/e, eravamo donatori e loro riceventi. Noi
avevamo cose che la maggior parte dei/delle migranti non aveva. Potevamo
viaggiare, prendere in affitto case, guidare auto, mentre loro non
potevano. Eravamo noi che l* facevamo mettere in fila, che decidevamo le
loro porzioni, che decidevamo se una persona poteva ricevere una, due o
nessuna porzione di zuppa, che l* facevamo allineare in fila, che facevamo
rispettare la coda a chi la saltava e così via. Questa posizione di
superiorità può facilmente sfociare nella prepotenza, e ho visto spesso e
in diversi luoghi volontari urlare contro i/le migranti che erano in
attesa in fila per ottenere un paio di mutande o una carta di
registrazione. Si tratta di uno spettacolo che non vorrei vedere mai più.
Questa denigrazione è divenuta a volte sistematica quando le ONG e i
distributori di cibo hanno marcato le unghie o distribuito braccialetti
identificativi ai/alle migranti in modo da poter assegnare loro la “quota
giusta”. La motivazioni sono candide, la pratica repellente. Ma quando le
condizioni sono come erano quest’inverno in Grecia, la dignità dei
migranti deve essere anteposta alle pratiche del lavoro umanitario. Le
condizioni in cui sono stati portati dalla guerra a casa loro e dalla
chiusura delle frontiere ci lascia pochissimi spazi di manovra.
Lo sfortunato risultato di questo schema è che “‘umanitarismo” è diventata
una parola molto flessibile. Il trasferimento di migranti dall’hotspot
sovraffollato di Vial a quello sull’isola di Kos potrebbe essere descritto
come guidato da uno scopo “umanitario”, perché essi avrebbero avuto molto
più spazio a Kos. Il fatto che essi fossero chiusi dentro, mentre a Vial
erano liberi di uscire, mi è stato spiegato da un volontario come un
piccolo e temporaneo inconveniente – non un abuso fondamentale dei diritti
dei detenuti e un diniego della loro autonomia. Che i/le migranti detenute
negli hotspot dicessero di subire trattamenti “da animali”, per molti vuol
dire dar loro più zuppa, più spazio, più coperte piuttosto che una
questione di dignità.
Apolitici
È questa ridefinizione della parola “umanitario” come semplice fornitore
di “comfort” che permette alle autorità greche di presentare l’evacuazione
dei residenti di Idomeni verso i campi “più umanitari”, come un aiuto ai
poveri ignoranti spaventati migranti ad effettuare la scelta più saggia.
(Questo si chiama agire come un “salvatore bianco”). Ma è semplicemente
irrilevante quanto buoni siano i campi militari. Il punto è che ai
migranti non è lasciata scelta. Quello che manca qui è quello che dovrebbe
essere un principio fondamentale dell’umanitarismo: non opporsi alla
volontà e desideri di chi vi è soggetto. Trascinare adulti come se fossero
bestie da un luogo a un altro non è mai un aiuto, non importa quanto
gradevole sia il luogo dove verranno sistemati.
Quando i/le migranti hanno occupato il porto di Chios, ne è nata una
discussione simile. Avevano trovato un posto dove non potevano essere
ignorati, dove i media hanno parlato con loro, dove le loro proteste sono
state viste. Ma i volontari e le ONG li hanno supplicati di andare in
campi “migliori” perché dotati di docce e letti caldi. Come se ciò
importasse! Hanno scelto di dormire sul cemento, non perché fossero
stupidi o privi di buon senso, ma perché volevano fare una dichiarazione
politica. Ma che è caduta nel vuoto a causa di quei volontari che hanno
lavorato “apoliticamente”; che volevano migliorare il comfort, non
cambiare la società.
Le radici del volontariato apolitico meritano un approfondimento a parte,
che non voglio fare in questa sede, ma più o meno significa lavorare
all’interno del sistema, registrarti (farti accreditare) quando ti dicono
di farlo e non andare dove non ti è permesso. A volte le persone in buona
fede seguono questa semplice idea: trovare persone in difficoltà e fornire
loro tutto ciò che li fa sentire meglio.
Mantieni la calma e mangia la minestra
Il rischio che i volontari non politicizzati corrono è quello di diventare
strumenti pratici di una disumana politica statale, finendo col lavorare
in condizioni che, a lungo andare, distruggono le speranze dei migranti –
e che potrebbero col tempo eliminare ogni traccia di umanitarismo nel
trattamento che ricevono.
Il caso più evidente di questo atteggiamento è quando i volontari dicono
ai migranti di mantenere la calma. Si tratta di una strategia tipicamente
non politica: se VOI mantenete la calma, NOI saremo meglio in grado di
portarvi la zuppa. Manca completamente uno sguardo più ampio: i/le
migranti vengono violentemente perseguitati dalla UE, e vogliono esporre
la loro situazione al pubblico europeo. Non possono farlo senza
l’attenzione dei media, e i media non si presentano senza che vi sia un
“incidente”. I migranti devono piangere, morire di fame, gridare o
annegare per rappresentare una storia. Non appena “l’umanitarismo” li
avvolge nel suo abbraccio soffocante, vengono buttati fuori dalle prime
pagine – e possono aspettare in silenzio la deportazione. (È anche
opportuno ricordare che i migranti nell’hotspot di Vial hanno notevolmente
migliorato le loro condizioni evadendo letteralmente dal carcere, dopo che
i volontari gli avevano detto che sarebbe stato meglio “tacere”.)
E così, l’umanitarismo non politico raggiunge l’ obiettivo opposto.
Rimuovendo i/le migranti dalla scena politica e dei media presso il porto
di Chios, sgomberandoli da Idomeni, dalle piazze e dai parchi, dando loro
quel tanto che basta di cibo per scongiurare la fame, le autorità sono
riuscite a farli tacere.
Posted: Aprile 18th, 2016 | Author: Circolo Culturale Libertario Rimini | Filed under: General | Commenti disabilitati su Imola. Primo Maggio Anarchico
PRIMO MAGGIO ANARCHICO
Anche quest’anno l’Assemblea degli Anarchici Imolesi promuove una giornata di mobilitazione per la lotta sociale in occasione della giornata del 1° Maggio.
Alle ore 11, in Piazza dell’Ulivo, comizio dei compagni operai Paolo FAZIANI e Ivan MONTEFIORI.
Distribuzione della stampa anarchica e volantinaggio.
A seguire pranzo sociale di autofinanziamento presso la sede di Via Fratelli Bandiera 19.
Nel pomeriggio dalle 12 alle 19, quinta Coppa Precaria di calcetto (“Dare un calcio al precariato”) organizzata dal Centro Sociale Autogestito Brigata 36 di Imola.
Assemblea degli anarchici imolesi
Asociaciòn Cultural Bruno Alpini
Circolo Studi Sociali Errico Malatesta
Archivio Storico della FAI
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